Tutti gli articoli di Pier Luigi Masini

23-24 apr. 2016 La consapevolezza di Sé (Bagni di Lucca)

Riconoscere e sciogliere i nostri schemi emozionali automatici ci permette di ritrovare un nostro modo di essere spontaneo e profondo. Tensioni ed emozioni trattenute, idee e pensieri con cui ci identifichiamo, ci allontanano dalla possibilità di esprimerci per ciò che realmente siamo. Riconoscerci ci consente di esprimere noi stessi in maniera più autentica. Prendere consapevolezza della nostra identità profonda e favorirne l’espressione nelle relazioni ci permette di ridare importanza al senso di noi stessi, favorendo la qualità delle nostre relazioni e della nostra vita.

Con la dott.ssa Silvia Ghiroldi, presso il Villaggio Globale di Bagni di Lucca.

Praticare la consapevolezza (mindfulness) per un benessere globale

meditation-567593_640Chiudendo gli occhi e portando l’attenzione al nostro interno possiamo scoprire un ricco mondo inesplorato. Ciò che proviamo in quel modo è il nostro tesoro, siamo noi. Possiamo sentire esattamente quello siamo, vivere questo momento e accorgerci che non è necessario identificarci con i nostri pensieri, col nostro corpo, con ciò che facciamo. Siamo e basta, qui e ora.

Questo mondo interiore, se accolto senza giudizi e catalogazioni, è puro, vero e libero. Puro perché non contaminato dall’esterno, vero perché è reale e vivo, libero perché non condizionato dai giudizi.

Tutto questo si chiama consapevolezza. Mindfulness è il termine inglese internazionalmente utilizzato per identificare questa modalità di approccio alla vita e la pratica meditativa che ne permette l’acquisizione.

Vivere in consapevolezza significa sentire chi siamo e che ci siamo, riconoscendo le nostre potenzialità e il ruolo che abbiamo nel guidare le nostre esperienze e le nostre relazioni, acquisendo di conseguenza anche fiducia in noi stessi e nella vita.

Per vivere il presente in questo modo abbiamo bisogno di un forte radicamento nel corpo. La mente facilmente vaga tra passato, presente e futuro, immaginato e reale, pensiero e consapevolezza di ciò che ci circonda. Il corpo invece, essendo fisico, vive nel presente e ci rimanda infinite sfumature sensoriali ed emotive. Attraverso esso, senza dimenticare che siamo un’inscindibile unità vivente, possiamo conoscere meglio la nostra interiorità e i nostri vissuti, è quindi essenziale sentirlo e ascoltarlo.

La consapevolezza parte dal nostro respiro, che in qualche modo nutre, rappresenta, ed esprime la nostra stessa vita.

Praticare la mindfuness significa dedicare del tempo a noi stessi e al miglioramento del nostro benessere globale. Tantissimi studi medico-scientifici ne hanno dimostrato l’efficacia in termini di miglioramento del benessere psicologico e corporeo, della performance cognitiva, della memoria, della capacità di attenzione, della capacità di affrontare lo stress e il carico emozionale, dell’empatia, dell’intelligenza emotiva, e di manifestazioni corporee come il dolore cronico e le tensioni muscolari. Più tecnicamente, all’elettroencefalogramma (EEG) è possibile rilevare un aumento della coerenza interemisferica cerebrale con onde armoniche e picco alfa e theta, associati ad un miglior flusso informazionale e coordinamento funzionale tra le regioni del cervello. Al contrario, tracciati EEG a bassa coerenza interemisferica sono stati associati a stati depressivi e psicotici, a bassa consapevolezza di Sé, e all’invecchiamento. Altri studi hanno dimostrato che specifiche aree del cervello deputate all’attenzione, all’integrazione emozionale e alla memoria sono più sviluppate nelle persone che praticano la meditazione.

Oltre a questa esperienza psicofisica si aggiunge quella spirituale: vivendo in consapevolezza abbiamo la grande possibilità di sperimentare in maniera semplice, reale e consapevole, che la nostra esistenza va oltre il nostro corpo, una sorta di “livello energetico”, che ci connette con quel Tutto di cui facciamo parte.

Conoscere le nostre profondità significa quindi anche aprirsi all’infinito, acquisendo un senso di appartenenza e di pace interiore, i quali non possono che portare all’amore di Sé, del nostro prossimo e di tutto ciò che ci circonda. Questo è assolutamente in linea con qualsiasi orientamento religioso. Il credente può fare un’esperienza che rafforza e ravviva la propria fede, ma anche il non credente può aver modo di conoscere senza tramiti il mondo spirituale.

Ecco perché la mindfulness è la pratica base della psicosomatica olistica: a partire da questa consapevolezza possiamo lavorare su noi stessi e recuperare l’integrità della nostra esistenza, formata da psiche, corpo, socialità e spiritualità. Uno stato “centrato” e “integrato” è quindi alla base del nostro benessere globale.

Per iniziare a vivere in consapevolezza è necessario praticarla con una certa costanza. Per questo occorre dedicarvi un po’ di tempo in un ambiente non disturbato. Il modo migliore è partecipare ad un gruppo, la mia proposta si chiama Obiettivo Benessere Globale (contattami se sei interessato, guarda la sezione Eventi se ci sono incontri aperti prossimamente), altrimenti lo si può fare anche da soli, ad esempio seguendo una traccia audio-guida (vedi ad esempio qui).


Vedi anche:

9 apr. La mindfulness nei contesti clinici (Milano)

La mindfulness è un processo di coinvolgimento della persona in una consapevolezza totale, diretta e attiva verso ciò che sta accadendo proprio qui e ora, al mio respiro, al mio corpo, alla mia mente (pensieri e sentimenti), a tutti i fenomeni interni ed esterni.

Edo Shonin e William Van Gordon, tra i massimi esperti di mindfulness, vi introdurranno a livello teorico e pratico agli interventi basati sulla mindfulness di seconda generazione.

Le ricerche hanno dimostrato l’efficacia della mindfulness per patologie psichiche e fisiche.

Evento accreditato ECM per psicologi e medici, patrocinato da Ordine degli psicologi della Lombardia.

Fonte e info: www.sephirah.it

5 mar. Vita e natura. Una visione sistemica di Fritjof Capra (Rimini)

vitanatura250.145674391Sabato 5 marzo ore 21,00 Sala del Podestà, Piazza Cavour, l’Istituto di Scienze dell’Uomo in collaborazione con la Civica Biblioteca Gambalunga, Italia Nostra, il gruppo GAS di Rimini e Aboca,  presentano il libro:

Vita e natura. Una visione sistemica di Fritjof Capra, P. Luigi Luisi (Aboca edizioni, 2014)

Presenta e modera: Mauro Bergonzi, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”
Parteciperà: Pier Luigi Luisi, autore del libro

Negli ultimi trent’anni, nella scienza d’avanguardia, è emersa una nuova concezione sistemica della vita. Complessità, reti, network e pattern di organizzazione hanno ricevuto una rinnovata attenzione portando a un approccio innovativo, detto approccio “sistemico”.

Ingresso libero e gratuito

Fonte: http://www.bibliotecagambalunga.it/primo_piano/pagina354.html

Malattie genetiche: errori della Natura?

dna-2Per “malattie genetiche” si intendono quelle condizioni patologiche, spesso ereditabili, in cui si riscontra un’alterazione del DNA correlabile alla patologia stessa. Per esempio in una malattia caratterizzata da insufficienza di un enzima la relativa sequenza genetica che la codifica è modificata. In questi casi, se l’organismo non ha modo di compensare il difetto, si manifestano sintomi e segni che nel complesso caratterizzano la patologia. Spesso queste condizioni si riscontrano nelle prime fasi della vita (alcune non sono compatibili con la vita stessa e la morte avviene in utero).

Nell’articolo Vivere meglio è prevenire invece mi riferivo invece a condizioni in cui l’alterazione genetica è solo uno dei fattori che predispone alla malattia.

Le malattie genetiche si determinano nel momento in cui “nasce” il DNA della prima cellula dell’individuo (o nelle primissime divisioni cellulari). Sappiamo che una parte del nostro DNA proviene dalla madre (50% del patrimonio genetico nucleare più quello mitocondriale) e la restante dal padre. Nel corso della meiosi, che è il processo di produzione dei gameti, ovvero degli ovociti e degli spermatozoi, avvengono riarrangiamenti di alcune sequenze geniche, che saranno diverse da quelle dei genitori. L’incontro dei gameti porta ad un nuovo ed unico DNA, che sarà trasmesso a tutte le cellule del nuovo individuo, anche se in questa trasmissione sono possibili variazioni (di solito molto piccole).

Quando da questo processo risulta un individuo portatore di alterazioni genetiche che portano a patologia, si parla di “errore”. Quindi la malattia genetica sarebbe un “errore della natura”. Allo stesso modo sono considerate spesso le malattie comunemente acquisite in età successive.

Io non credo tanto negli errori della natura, penso che là dove non capiamo, dove un processo sembra casuale, ci sia dietro qualcosa che ancora non comprendiamo, ma che una sua logica e intelligenza probabilmente ce l’ha.

Come posso pensare che una malattia sia determinata da un processo logico e intelligente? Non tutto avviene secondo il nostro modo di concepire le cose o le nostre preferenze. Stiamo diventando individui oltre la specie, ognuno di noi si percepisce come se fosse la cosa più importante al mondo, ma le leggi della natura non vanno in questa direzione. L’evoluzione è un fatto, ognuno di noi ha dentro la storia dei suoi antenati, e pensare che siamo come siamo per un casuale processo evolutivo mi sembra alquanto riduttivo e improbabile. Addirittura da questo modo di pensare è nata la teoria secondo cui l’essere umano sarebbe nato da un “errore genetico avvenuto 500 milioni di anni fa”… Io nella Natura ci vedo senso e intelligenza, non casualità ed errori.

Sono convinto che ogni modulazione del nostro organismo sia sensata, al fine di rispondere agli stimoli cui veniamo sottoposti, siano essi di natura fisica, alimentare, o psichica. Quando ingeriamo una sostanza nociva (in generale, o anche solo per noi) in genere la vomitiamo, o ci viene la diarrea, o abbiamo dei sintomi addominali, oppure anche generali. Quando siamo sottoposti ad uno stress intenso (non entro nello specifico per non dilungarmi) possiamo avere gli stessi sintomi.

Quante persone raggiungono il pronto soccorso con sintomi dell’infarto miocardico, o di una appendicite, senza averne la traccia! Anche quando si presentano fisicamente queste malattie è spesso possibile notare, insieme alla persona stessa, che c’è stato un forte e/o prolungato stimolo stressogeno (sempre per essere generici) nella sua vita.

Se questo vissuto avviene durante la produzione dei gameti, cosa accade? Chi lo sa, è difficile dirlo, io penso sia possibile che il processo venga alterato, per cui se verranno concepiti figli da quelle cellule potranno essere portatori di mutazioni genetiche e quindi anche di malattie genetiche.

Non è ovviamente tutto qui, non credo nemmeno che ogni singolo caso sia riferibile a quanto ho appena scritto. Il progressivo aumento di anomalie genetiche con l’età della madre viene riferito a processi di invecchiamento dell’ovocita stesso, infatti la prima fase della meiosi femminile avviene durante la vita intrauterina, dopo di che viene bloccata fino all’ovulazione, che può avvenire per tutta la vita fertile della donna (quindi anche 40 e più anni dopo). Anche l’età paterna più avanzata è correlata a maggiori anomalie genetiche, in questo caso per minor capacità di produrre gameti geneticamente sani (gli spermatozoi vengono prodotti durante tutta la vita fertile dell’uomo).

E’ possibile evitare lo stress, i conflitti, i traumi? No, sono necessari e fanno parte della nostra vita. Ciò che possiamo fare è un percorso di crescita continua, che ci consenta di vivere più in armonia con la natura, in serenità e pace interiore, per poter affrontare lo stress in modo meno traumatico e più efficiente.

E’ fondamentale ricorrere ad azioni e attenzioni che mirano alla prevenzione, come una corretta alimentazione, un sano stile di vita e la ricerca continua di ampliamento delle nostre conoscenze per quanto riguarda ciò che può aiutarci a vivere meglio e più sani, o viceversa può predisporci ad ammalarci.

Da tutto questo non può che derivare un benessere più globale e conseguentemente anche meno malattie, siano esse genetiche o meno.

Ringrazio LB per avermi stimolato a scrivere questo articolo con il suo commento.

Perché non attuiamo comportamenti preventivi?

Comportamenti preventivi corrispondono anche ad una vita più felice e piena di significato. Non sempre, però, ce ne accorgiamo facilmente.

Questo articolo è la continuazione di: Vivere meglio è prevenire

Sembra più facile mangiare patatine, bere bibite o alcolici, ipnotizzarsi davanti alla tv e isolarsi, rispetto a una dieta equilibrata e priva di sostanze dannose, una vita di relazioni e di progetti per il bene comune. Siamo più spesso tristi e arrabbiati, tesi e stanchi, piuttosto che felici e gioiosi, energici e liberi di esprimerci. Perché?

Una risposta secca potrebbe essere: perché siamo così intelligenti e liberi di scegliere da aver potuto prendere strade diverse da quelle “naturali”. Il riferimento non è tanto al singolo, quanto piuttosto alla società, che nella sua evoluzione ha determinato la costruzione dell’ambiente e dei modelli che troviamo e che ci condizionano.

Abbiamo imparato a chiuderci in noi stessi e a non esprimere il nostro essere, a pensare al nostro orticello e essere diffidenti, a mangiare e bere ciò che ci fa male, a comportarci in un certo modo perché ce lo hanno insegnato, a non giocare perché è cosa da piccoli, a fare più cose possibili per essere produttivi, a non considerarci abbastanza forti e importanti, ecc.

trenoIn questo momento, pur accorgendoci di non seguire il miglior percorso di vita possibile, potremmo avere la sensazione che “le cose stanno così e non è possibile (o non è giusto) cambiarle”. Si tratta di uno dei peggiori condizionamenti!

Siamo quindi bloccati nel nostro percorso, come treni lanciati sui propri binari.

Insieme a questa grande intelligenza abbiamo quindi bisogno anche di più consapevolezza, che possiamo sviluppare prima individualmente e poi anche come umanità.

Se sento veramente chi sono, posso anche permettermi di fermarmi e ascoltarmi, di essere in pace e di scegliere liberamente.

I punti iniziali di questo percorso possono essere:

  1. Riconosco che non mi trovo in pieno benessere e/o non seguo una via ottimale (vedi domande sopra).
  2. Ascolto profondamente i miei bisogni (mindfulness, ascolto reciproco, relazione d’aiuto).
  3. Decido di iniziare a mettere in atto piccoli cambiamenti nella mia vita, li comunico a qualcuno che mi vuole bene, oppure li scrivo su un foglio e lo appendo al muro.

Far parte di un gruppo o una comunità con scopi comuni è di grande aiuto, per poter essere più costanti nel percorso di cambiamento e sentirsi appoggiati e sostenuti.

Cambiare o attuare qualcosa di nuovo è sempre un po’ faticoso, ma in questo caso ne vale davvero la pena: agendo in maniera sensata sul nostro equilibrio psicofisico otteniamo un beneficio globale, che si rispecchia in un corpo più pronto e sano, ma anche in una mente più lucida e serena. In questo modo ci predisponiamo anche a migliori relazioni e successo in ciò che desideriamo nella vita.

Sempre meno nascite in Italia

Nel 2015 la popolazione italiana è scesa di 139.000 unità, sebbene l’immigrazione abbia portato 40.000 nuovi cittadini. Quale futuro per il nostro Paese?

Il calo demografico è dovuto principalmente ad una diminuzione delle nascite di circa il 3% rispetto al 2014, che corrisponde a 487.800 bambini in meno. Un Paese sempre più vecchio il nostro, ed è sicuramente anche per questo che è stata registrata una mortalità in crescendo (9% circa in più rispetto al 2014).

Il numero medio di figli per donna, salito timidamente per alcuni anni, è tornato a scendere. Nel 2015 le donne residenti in Italia avevano mediamente 1.35 figli. Finché resteremo sotto i 2 figli per donna saremo destinati ad un futuro sempre meno sostenibile.

Copia di popolazione-in-italia

Senza dubbio la crisi economica degli ultimi anni ha contribuito fortemente a queste variazioni in senso negativo. Oggi più che mai la nascita di un figlio è percepita come un rischio economico più che una risorsa. Questo è confermato anche dall’alto numero di aborti volontari, che nel 2012 sono stati 110.000.

Lo Stato con la Legge n. 194 del 1978 si è impegnato a sostenere e tutelare la maternità e la vita sin dal suo inizio.

Da un’indagine effettuata tra il 2004 e il 2006 dal dott. Matteo Crotti, ginecologo, risultava che il 55,3% delle donne abortiva per “difficoltà con il partner” e il 63% perché non sapeva come sostenere il figlio (fonte: Il Foglio, 14 marzo 2008). Uno Stato che sceglie di sostenere la vita deve occuparsi di questi suoi figli. Lo fanno con risorse molto limitate numerose associazioni di volontariato (ad esempio il Movimento per la Vita e la Comunità Papa Giovanni XXIII), ma è necessario anche un sostegno più forte dell’intera società e della politica.

La legge citata è proprio quella che ha legalizzato nel nostro Paese l’interruzione volontaria di gravidanza, specificando che questa non è un mezzo di controllo delle nascite (art. 1). Nel lavoro di Crotti si riportava che il 60% delle donne italiane e il 62,8% delle migranti abortiva perché voleva un figlio “in futuro”. Questi dati non sono aggiornati, ma fanno capire come la legge in questione venga applicata.

Il sostegno alla maternità parte dal sostegno alla famiglia. In una società veramente umana e fraterna non esisterebbero situazioni di difficoltà tali da non permettere ad una donna di far nascere suo figlio. Ognuno di noi può dare qualcosa in tutto questo, a partire da chi gli è più vicino.

Fonte dati statistici: Istat

I tuoi figli non sono figli tuoi

I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
ma non le tue idee.
Perché loro hanno le proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
non alla loro anima.
Perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non è dato di entrare,
neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro
ma non volere che essi somiglino a te.
Perché la vita non ritorna indietro,
e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

Khalil Gibran

La coppia, l’amore e la sua fecondità

35251-1Ciò che spinge due persone a stare insieme, fino a stabilire un legame così forte da farli diventare “una coppia”, è quella forza che chiamiamo Amore, che contiene in realtà tante sfumature diverse.

La coppia che consapevolmente e liberamente scopre il reciproco amore ne brama anche la completezza, l’onestà, e la sicurezza che non verrà a cessare. Il desiderio di infinito può portare a scegliere oltre il visibile, completando l’amore con la scelta, più razionale, di mantenerlo e nutrirlo come fosse il primo figlio.

Questa scelta può esplicitarsi nel rito del matrimonio, momento che porta pubblicamente alla fusione di due vite, ora perpetuamente inseparabili l’una dall’altra. Il rito è per sua natura rottura col passato e trampolino di lancio per il futuro. Se vissuto in modo appropriato determina davvero la crescita interiore dei singoli e della coppia, oltre al riconoscimento del nuovo nato da parte della società.

La coppia feconda è quella che emana un coinvolgente

senso di armonia e accoglienza,

quella che costruisce del nuovo e del bello.

Fecondità è anche, e prima di tutto, fertilità. La vita è nelle nostre mani, nella nostra volontà e disponibilità di rigenerarla. Alla base di tutto c’è l’amore, ma sappiamo bene che è possibile riprodursi biologicamente anche se manca. La vita umana, però, è anche altro. Non è semplice movimento biochimico, ma è intrisa di profondi significati, anche nel suo essere biologica.

Quando a un bambino, ma anche a un adulto, viene a mancare l’amore può anche morire. Se il senso della vita si perde, la fiamma si spegne. Si può vivere al limite, ma finché c’è vita c’è ancora un po’ di senso. Ed è proprio questo senso che ci mantiene vivi, che ci porta a desiderare altra vita insieme e dopo di noi. La coppia questo lo sente e lo vive ardentemente, fino a decidere di moltiplicarsi, nonostante questo richieda un cambiamento netto e duraturo di stile, organizzazione e gestione della sua esistenza.

Quando accade questo miracolo (dal latino miracŭlum «cosa meravigliosa») allora tutto può espandersi e cambiare forma. Da un amore a due dimensioni si passa alle tre, quattro, cinque e più dimensioni. E ogni scatto è una crescita esponenziale, non solo un ulteriore elemento inserito nel contesto. Parlo ovviamente dei figli, che sono il naturale “prodotto” della coppia, ma non solo.

Ogni amore genuino è un focolare che scalda,

e che può scongelare anche altri cuori soli,

rimasti fuori al freddo per troppo tempo.

Così è possibile l’accoglienza, il servizio, l’aiuto, destinati a chi un posto caldo e sicuro non ce l’ha. Quando la fiamma dell’amore arde robusta è possibile far avvicinare anche altri senza che la fiamma stessa ne risenta, ma anzi può trovar modo di allargarsi e ispessirsi ulteriormente.

Tutto questo è famiglia, super-essere dotato di peculiari caratteristiche, identità propria e unicità. Come la terra sa accogliere un seme, sia esso portato volontariamente dal contadino o giunto casualmente attraverso il vento, così la famiglia sa accogliere una vita, anche se inaspettata, nei tempi e nelle modalità con cui si presenta.

Amore è desiderare il bene, proprio e dell’altro.

Amore è respirare la vita ed accorgersi

che si è immersi in qualcosa di più grande.

Amore è il genuino desiderio di portare calore e vita al di fuori di sé.

26-28 mar. Aprirsi all’amore (Bagni di Lucca)

Dal sito: www.villaggioglobale.eu

Questo è un gruppo di apertura. Ottimo per chi inizia. Ti guiderà attraverso il labirinto dei condizionamenti che ti ostacolano nell’amare te stesso: le obiezioni, le paure e le credenze. Grazie ad una nuova e chiara comprensione dei meccanismi interiori che hanno creato tali condizionamenti, cominciano a cadere le vecchie abitudini al rifiuto e ai dubbi e si inizia a vivere l’esperienza della bellezza intrinseca. Comprendendo che il rifiuto di noi stessi è qualcosa che abbiamo appreso, facciamo il passo più importante verso la riscoperta del nostro valore essenziale – non quello che facciamo, ma ciò che siamo – e intraprendiamo la strada per una relazione positiva e d’amore con gli altri.

Con la dott.ssa Gitama Wolter, presso il Villaggio Globale di Bagni di Lucca.

 

13 feb. Cibo per il corpo, cibo per la mente (Genova)

La comunità scientifica riconosce ormai quanto alimentazione, stress ed attività fisica siano tre aspetti su cui è importante agire per mantenersi in buona salute.

Questo convegno, in continuità con quanto proposto lo scorso anno, è una preziosa occasione di aggiornamento sulle più recenti evidenze scientifiche riguardo le relazioni tra alimentazione, benessere intestinale, salute psicofisica e gestione dello stress.

Ricerche in campo PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia) confermano la centralità dell’asse cervello-intestino, con le sue componenti neuro-endocrino-immunitarie e microbiche, nel preservare il benessere psicofisico. Mantenere la pancia in buona salute è fondamentale tanto per il corpo quanto per la mente. Inoltre, la gestione dello stress si rivela essenziale per il mantenimento della corretta funzionalità gastrointestinale.

Genova, Corte Lambruschini, 4

Evento accreditato ECM.

Informazioni e iscrizioni: www.sipnei.it 

12-27 feb. Quando educare cambia il mondo (Rimini)

ceis.1454484727Dal 12 febbraio al 27 febbraio il CEIS e la Biblioteca Gambalunga invitano a riflettere sull’eredità  del “laboratorio di esperienze educative” fondato a Rimini da Margherita Zoebeli
Tra gli ospiti, Romano Màdera, Mariapia Veladiano, Franco la Cecla

“L’educazione è capace di cambiare il mondo”, scriveva Margherita Zoebeli, la “professoressa dei bambini liberi”, che nel 1946 ha dato vita a un villaggio di baracche militari per soccorrere Rimini, città che la guerra aveva ridotto a un cumulo di macerie.

Una “casa” dell’infanzia e un vivace laboratorio di esperienze pedagogiche ed educative, dove da settant’anni si coltivano “grandi pensieri” attraverso un “metodo attivo” e che da centro sociale e di assistenza con una scuola materna e una casa per orfani, si è trasformato nel Centro Educativo Italo Svizzero (CEIS), dove giungono pedagogisti da tutta Europa, vengono trattati i primi casi di autismo e dislessia, nasce un punto di riferimento per l’integrazione dei bambini in situazione di handicap nella scuola.

A settant’anni di distanza, nell’ambito di un vasto programma di celebrazioni, il CEIS e la  Fondazione Margherita Zoebeli, con la collaborazione della Biblioteca civica Gambalunga, propongono di trasformare l’occasione celebrativa in occasione di riflessione, dal tema e titolo “Quando educare cambia il mondo”. Il focus: i principi ispiratori dell’esperienza pedagogica ed educativa del CEIS, fondata sul “metodo attivo”, ovvero mossa da un’idea di educazione nel significato originario di aiutare l’individuo all’autonomia, al pensare da sé, per contribuire al bene comune, ciascuno secondo i propri talenti e le proprie potenzialità. Gli interlocutori: il filosofo Romano Màdera, la scrittrice Mariapia Veladiano, l’antropologo/architetto Franco La Cecla.

Le conversazioni avranno luogo presso la Sala del Giudizio al Museo della Città, alle ore 17.00, con ingresso libero e gratuto.

  • Venerdì 12 febbraio. Romano Màdera -” Formarsi al mestiere di vivere”
  • Sabato 20 febbraio. Mariapia Veladiano – “Coltivare la scuola”
  • Sabato 27 febbraio. Franco La Cecla – “Lo spazio che educa”

Approfondimenti su temi e autori: Biblioteca Gambalunga – Rimini

L’approccio biopsicosociale in medicina

Le origini

George L. Engel
George L. Engel

George Libman Engel (1913-1999), professore di psichiatria e medicina per oltre 50 anni presso l’Università di Rochester (New York), nel 1977 richiamava, in un articolo apparso sulla rivista «Science», alla necessità di un nuovo modello medico (Engel, 1977). L’approccio biomedico, forte delle grandi scoperte e delle conseguenti innovazioni diagnostiche e terapeutiche del XX secolo, si stava concentrando sul corpo del paziente, lasciando volontariamente problemi e bisogni di tipo psicologico e sociale allo studio e alla cura di altre discipline.

Il medico, secondo questo approccio, doveva concentrarsi sulle malattie “reali”, quelle che si possono riscontrare attraverso segni, sintomi, esami di laboratorio e strumentali.

La psichiatria, nata come specialità della medicina che si occupa delle patologie mentali, si stava dividendo in due branche, almeno all’apparenza opposte: l’una che seguiva il nuovo modello biomedico, l’altra che procedeva distaccandosene completamente. La branca biomedica della psichiatria vedeva le malattie mentali come conseguenza di alterazioni patologiche delle funzioni del sistema nervoso centrale e quindi curava con farmaci, atti chirurgici, o altri interventi strumentali come l’elettroshock.

Engel, che era internista e psichiatra, annunciava «una crisi di tutta la medicina», a causa della «aderenza ad un modello centrato sulla malattia che non è più adeguato ai compiti scientifici ed alle responsabilità sociali sia della medicina che della psichiatria» (Engel, 1977).

Dichiarava inoltre:

«La crisi della medicina deriva dall’inferenza logica che porta a definire la “malattia” solo in termini di parametri somatici, cosicché i medici non sono tenuti ad occuparsi delle istanze psicosociali in quanto queste ricadrebbero al di fuori della responsabilità e dell’autorità della medicina».

Engel aveva iniziato a interessarsi alla medicina psicosomatica nel 1941, producendo negli anni successivi molti lavori riguardanti la psicosomatica, lo sviluppo psicologico e l’integrazione mente-corpo. Fu solo nel sopraccitato articolo del 1977 che propose alla comunità scientifica e medica un nuovo modello chiamato biopsicosociale, ovvero un approccio che, oltre agli aspetti biologici delle malattie, comprendesse anche quelli psicologico-comportamentali e quelli socio-relazionali.

Il modello biomedico e i suoi limiti

La biomedicina è diventata, nella cultura occidentale, non solo una base per lo studio scientifico della malattia, ma anche la specifica prospettiva culturale del concetto stesso di malattia. Secondo Engel:

«Il modello biomedico è così diventato un imperativo culturale e le sue limitazioni sono state semplicisticamente trascurate. In breve, il modello ora ha acquisito lo status di dogma».

(Engel, 1977)

biomedicinaLa necessità di spiegare in termini scientifici le alterazioni somatiche, comportamentali e sociali dei malati ha portato progressivamente a considerare il corpo completamente distinto dalla mente. Inoltre l’organismo sarebbe una macchina scomponibile in parti isolabili, da cui l’assunto che l’intero possa essere compreso, sia materialmente che concettualmente, ricostruendone le parti costituenti. La mente, insieme ai processi psicologici e sociali, non farebbe parte del campo applicativo della medicina, anche perché non studiabile attraverso il paradigma biomedico.

Le patologie vengono spiegate attraverso alterazioni misurabili di variabili somatiche e sono correlate principalmente a cause fisiche. Viene applicato un principio di causalità lineare e si mira a trovare una causa primaria delle patologie, anche attraverso la scomposizione dell’individuo in parti sempre più piccole (come nella medicina genetica e molecolare) (Baldoni, 2010). In questo modello medico si parla di cause delle malattie, di cofattori e di condizioni predisponenti legati tra loro da relazioni di causa-effetto.

Da questi presupposti è nata la nosografia moderna, che classifica le malattie secondo la sede anatomica o istologica, quindi le alterazioni anatomo-patologiche o biochimiche e la fisiopatologia (Federspil, 1993). La malattia è quindi diventata un’entità discreta, con precisi criteri diagnostici, non definibile in assenza di perturbazioni a livello biochimico o istologico.

Un riduzionismo insensato

Lo sviluppo di conoscenze in questo campo ha portato a un enorme avanzamento nello studio del corpo umano, quindi dell’anatomia, della fisiologia e degli aspetti organici della patogenesi delle malattie, ma ha indirizzato la ricerca medica verso una scomposizione sempre più minuziosa delle varie componenti, formando specialisti sempre più attenti alla singola parte piuttosto che al tutto.

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Halsted R. Holman

 

Questo modello di stampo riduzionista ha consentito quindi importanti progressi in medicina, ma i suoi limiti sono legati sia ad aspetti diagnostico-valutativi che, conseguentemente, ad aspetti terapeutici.

Halsted R. Holman, professore di Medicina presso l’Università di Stanford, ha criticato fortemente il riduzionismo, sottolineandone i limiti e l’inadeguatezza della formazione medica. Citato da Engel (1977), affermava:

«Sebbene il riduzionismo sia uno strumento di comprensione potente, crea anche profondi fraintendimenti quando viene applicato in modo insensato. Il riduzionismo è particolarmente pericoloso quando giunge a negare l’impatto di condizioni non biologiche sui processi biologici. […] Alcuni risultati dei trattamenti medici sono inadeguati, non a causa della mancanza di appropriate tecniche d’intervento, ma perché il nostro modo di pensare è inadeguato».

Genetica e ambiente

Una malattia come il diabete mellito, se è considerata esclusivamente dovuta a deficit relativo di insulina, viene trattata con il reintegro esogeno di questo ormone (ed altri interventi collaterali finalizzati alla stessa funzione), mirando a correggere l’alterazione biochimica di base (la glicemia), considerando il trattamento efficace se questa rientra in limiti prestabiliti e se a lungo termine vengono ridotte le complicanze microvascolari, macrovascolari e neurologiche.

Vi sono anche altri fattori che incidono sulle manifestazioni e sull’evoluzione delle malattie, altrimenti non sarebbe presente la ben nota variabilità individuale. Su quest’ultimo aspetto la biomedicina si concendnatra su variabili genetiche e ambientali, talvolta non ben definite, quindi poco utilizzabili al di fuori di considerazioni statistiche.

Per poter studiare il peso dell’ambiente e della genetica su una determinata patologia, vengono spesso prese in considerazione coppie di gemelli omozigoti. Barnett, Eff, Leslie, e Pyke, per esempio, nel 1981 hanno studiato 200 coppie di gemelli identici, identificando una forte concordanza nello sviluppo del diabete mellito tipo 2 (praticamente del 100% nell’arco della vita), attribuendogli così una forte predisposizione genetica (Barnett et al., 1981). In studi come questo viene supposto che da uno stesso DNA debba esserci la medesima predisposizione alla malattia, quindi il fatto di svilupparla o meno, deve necessariamente essere determinato dall’ambiente. Secondo i dati dello studio sopraccitato, nel caso del diabete mellito tipo 2 (DM2), l’ambiente avrebbe un peso solo sull’età di comparsa delle alterazioni legate alla malattia, perché se un gemello risultava portatore di diabete, anche l’altro prima o poi lo avrebbe sviluppato. Se ne concludeva che la predisposizione genetica era molto forte.

Secondo questo modo di interpretare la patogenesi delle malattie, esistono quindi fattori genetici predisponenti, ai quali viene dato forte risalto rispetto a tutto il resto che viene genericamente definito “ambiente”. Sotto il cappello “ambiente” compaiono il contesto sociale e culturale, lo stile di vita, e tutto un insieme di fattori intrinseci all’esistenza della persona come per esempio i traumi psicologici. Quando viene proposta la correlazione tra questi singoli fattori e l’incidenza di una malattia, si parla di patogenesi multifattoriale, ampliando da un lato la prospettiva, ma restando fermamente legati ad un approccio riduzionista e determinista. Non vengono in genere considerati fattori più strettamente psicologici, come la personalità, il comportamento di malattia e i disturbi mentali. Tutti elementi che vengono confinati a studi in ambito psicologico o psichiatrico.

Dal punto di vista terapeutico, i fattori ambientali, ad eccezione dello stile di vita, non vengono generalmente presi in considerazione e acquisiscono di conseguenza una sembianza di immodificabilità. Si punta piuttosto a «studiare le basi molecolari delle alterazioni precoci, e sviluppare terapie mirate contro di esse» (Leahy, 2005), giusto per citare uno dei tanti articoli scientifici che si rifanno strettamente al modello biomedico.

Predisposizione genetica o regolazione genetica?

uomo dnaAd oltre 30 anni dallo studio di Barnett, l’avanzamento delle tecniche e delle conoscenze nel campo della genetica molecolare ha consentito di riconoscere l’enorme numero di geni (e dei loro prodotti) che interagiscono nella regolazione del metabolismo (in generale, e più nello specifico di quello glucidico), suggerendo una predisposizione genetica molto complessa per il DM2 (Siddiqui et al., 2013), e allo stesso tempo un difficile, se non impossibile (almeno per ora) calcolo a priori del suo peso reale nello sviluppo della malattia.

Oggi sappiamo che il DNA non è un contenitore di informazioni rigido come una lastra da stampa che determina copie di un libro sempre uguali, ma è un sistema di informazioni plastico, la cui espressione può essere regolata diversamente tra gli individui e nello stesso individuo, attraverso processi epigenetici. Questo con le dovute riserve verso casi con effettive mutazioni grossolane della catena, causa di ben note patologie genetiche. Anche in queste ultime, però, le manifestazioni della patologia e la sua evoluzione possono essere molto differenti tra diversi individui affetti. Il DNA è sicuramente un forte fattore nella determinazione di ciò che siamo e ciò che diventeremo, ma invece di ritenerlo il risultato di una copia stampata, potremmo considerare che questo libro, letto ed interpretato da ciascuno di noi, acquisisce una peculiare espressione, in grado anche di mutare nel tempo.

Fattori biologici, psicologici e sociali in salute e malattia

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The BioPsychoSocial model
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Il modello BioPsicoSociale

La condizione di malattia non è caratterizzata solamente da valterazioni somatiche. Sono presenti anche aspetti psicologici legati ai sintomi, al ruolo di malato, alla medicalizzazione della vita, così come modificazioni nelle relazioni sociali, nella capacità di lavorare e nell’autonomia. Questi fattori possono a loro volta incidere su evoluzione e prognosi della patologia, attraverso l’interpretazione del problema e le strategie di coping peculiari di ciascun individuo.

Fattori biologici, psicologici e sociali interessano continuamente e in maniera complessa ognuno di noi. Questo avviene in uno stato di salute e completo benessere, e allo stesso modo anche in caso di malattia.

Lo stato di salute dell’individuo, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), è uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale (WHO, 1948), visione che si inserisce appieno in un approccio biopsicosociale (in realtà questa definizione ha preceduto il modello proposto da Engel, facendo parte della Costituzione dell’OMS del 1948). La promozione della salute, quindi, non può fermarsi agli aspetti fisici, ma richiede anche una valutazione di quelli sociali e mentali, i quali, come schematizzato in figura, interagiscono tra loro in maniera complessa.

Il modello BioPsicoSocialeSpirituale per un Benessere Globale

Una definizione ancora più ampia (e decisamente più recente) viene dal rapporto 2010 della “Commissione Salute” dell’Osservatorio Europeo su Sistemi e Politiche per la Salute, che definisce la Salute:

«lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di benessere, che consente alle persone di raggiungere e mantenere il proprio potenziale personale nella società».

BioPsychoSocialSpiritual model for a Whole Wellness
BioPsychoSocialSpiritual model for a Whole Wellness
Modello BioPsicoSocioSpirituale per un Benessere Globale
Modello BioPsicoSocioSpirituale per un Benessere Globale

Si può parlare quindi di un modello BioPsicoSocioSpirituale. Questo apre ad una visione olistica della persona, in salute e in malattia, che tratterò in un prossimo articolo. Non si parla più di “salute”, ma di “benessere globale”, perché quest’ultimo non è solo l’assenza di malattia, ma un concetto che richiama a qualcosa che possiamo sempre migliorare.

Esperienze precoci

Variabili psicologiche e sociali interessano l’individuo sin dall’infanzia, a partire dalla sua prima relazione, quella con la madre, considerata la più importante nello sviluppo.

famigliaLa relazione madre-bambino è in grado di influenzare i futuri comportamenti della persona, quindi anche i suoi rapporti interpersonali e sociali. Questo forte legame inizia già durante la gravidanza, e per certi aspetti sin dal concepimento (Baldoni, 2010; Engel, 1962). C’è un ovvio rapporto biologico tra i due e questo già di per sé è una relazione, che inizia con segnali puramente umorali, ma poi si intensifica con lo sviluppo degli organi sensoriali e motori del feto. La voce e i movimenti materni, come le variazioni nelle concentrazioni ematiche di fattori neuro-ormonali, inviano segnali al concepito, il quale può manifestare la sua presenza in seguito allo sviluppo del sistema motorio. Così i movimenti intrauterini del feto possono scatenare intense reazioni emotive nella madre, con risposte che egli progressivamente può percepire. Se da un lato l’apparato psichico fetale è sicuramente ancora poco sviluppato, dall’altro è in piena maturazione, e questa può essere influenzata dalla relazione con la madre.

Studi sull’attaccamento familiare hanno dimostrato anche un’importante influenza del padre sulla relazione madre-bambino e lo sviluppo psicosomatico del figlio sin dal momento del concepimento (Baldoni e Ceccarelli, 2010).

Considerare quindi il momento del parto come il “punto zero” della vita, rappresenta una limitazione alla comprensione dello sviluppo psicosomatico dell’individuo. Gemelli separati alla nascita hanno condiviso, oltre che il patrimonio genetico, almeno la vita intrauterina e la concomitante relazione con la madre. Gemelli rimasti nella famiglia di origine per tutta l’infanzia sono ancora più legati da fattori psicosociali e relazionali, considerando inoltre che hanno vissuto le stesse situazioni negli stessi momenti dello sviluppo, cosa che non accade per esempio in fratelli di età diverse.


Vedi anche in questo sito:

La psicosomatica

La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI)


Bibliografia

Baldoni, F. (2010). La prospettiva psicosomatica. Bologna: Il Mulino.

Baldoni, F., e Ceccarelli, L. (2010). La depressione perinatale paterna. Una rassegna della ricerca clinica ed empirica. Infanzia e adolescenza, 9(2), 79–92.

Barnett, A. H., Eff, C., Leslie, R. D., e Pyke, D. A. (1981). Diabetes in identical twins. A study of 200 pairs. Diabetologia, 20(2), 87–93.

Engel, G. L. (1962). Medicina psicosomatica e sviluppo psicologico (trad. it.). Bologna: Nuova casa editrice L. Cappelli spa, 1981.

Engel, G. L. (1977). The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine. Science, 196(4286), 129–136.

Federspil, G. (1993). Voce «Nosografia» – Enciclopedia Italiana – V appendice (1993). Treccani.

Leahy, J. L. (2005). Pathogenesis of type 2 diabetes mellitus. Archives of medical research, 36(3), 197–209.

Osservatorio Europeo su Sistemi e Politiche per la Salute – Rapporto 2010 della “Commissione Salute”.

Siddiqui, A. A., Siddiqui, S. A., Ahmad, S., Siddiqui, S., Ahsan, I., e Sahu, K. (2013). Diabetes: Mechanism, Pathophysiology and Management – A review. Int. J. Drug Dev. & Res., 5(2), 1–23.

WHO. (1948). Preamble to the Constitution of the World Health Organization as adopted by the International Health Conference, New York, 19-22 June, 1946; signed on 22 July 1946 by the representatives of 61 States and entered into force on 7 April 1948. New York.

Le tecniche psicosomatiche

Considerare l’essere umano sotto il profilo psicosomatico significa vederlo come una unità, formata da psiche, corpo, relazioni sociali e spiritualità. Per prendersene cura bisogna quindi curare tutte le sue componenti, ovvero curare la persona piuttosto che la sua malattia o i suoi sintomi.

Ogni sintomo fisico ha un riscontro psichico, e un ascolto attento permette di comprendere come non sono uno la causa dell’altro, ma segni di un insieme che ha perso la sua armonia, in altre parole è venuta a mancare l’integrazione delle sue componenti.

Quando percepiamo dolore in un’area corporea viviamo un’esperienza sensoriale spiacevole, che porta ad un vissuto emotivo dalle sfumature più diverse, spesso caratterizzato da tensione, preoccupazione, svalutazione, ma che può diventare anche rabbia, paura, ecc. La colorazione emotiva del sintomo è del tutto soggettiva e legata allo specifico contesto in cui viene provato. Il significato che abbiamo imparato a dare alle nostre sensazioni corporee e alle nostre emozioni dipende largamente dal rapporto con le figure di riferimento dell’infanzia, particolarmente da quello con nostra madre.

Come possiamo quindi agire terapeuticamente considerando tutto questo? Uno dei primi passi è il riconoscimento di ciò che proviamo a livello corporeo. Per poterlo fare è necessario uno spazio di ascolto e consapevolezza sufficientemente profondo. In questo spazio è possibile ottenere una progressiva integrazione delle componenti dell’individuo, il cui rapporto era stato fratturato da un’esperienza traumatica.

Di seguito riporto un accenno alle principali tecniche psicosomatiche che utilizzo. Si tratta, nella maggior parte dei casi e più in generale nel loro utilizzo d’insieme, di tecniche dalla comprovata efficacia e senza effetti collaterali. Vi sono numerosissimi studi scientifici, in particolare sulla mindfulness, che riportano miglioramenti dell’ansia, della depressione, dei sintomi fisici cronici, delle tensioni, dei pensieri ossessivi, degli attacchi di panico, del senso di appartenenza alla società, delle relazioni, della gestione delle emozioni, del rendimento scolastico o lavorativo, della capacità di concentrazione e attenzione, dell’empatia, dell’intelligenza emozionale, ecc.

  1. La tecnica base è la Mindfulness psicosomatica che consente di entrare in uno spazio di consapevolezza più profondo, attraverso l’ascolto del respiro nelle varie parti del corpo e in tutto il corpo insieme. Questo particolare stato corrisponde a evidenze scientifiche riguardanti la sincronizzazione dell’attività delle varie aree del cervello, riduzione dell’attività cerebrale ad alta frequenza (onde beta, corrispondente al pensiero e all’autocontrollo), aumento dell’attività a bassa frequenza (onde alfa, theta, delta). Il respiro è il principale strumento della psicosomatica: rivitalizza il corpo, scioglie le emozioni bloccate, apre la mente e risveglia la coscienza. Sin dall’antichità l’equilibrio psicosomatico e spirituale è stato associato al “respiro globale”.
  2. Il Body-scan psicosomatico è la tecnica che porta a sviluppare prima una maggior sensibilità corporea, poi anche quella più sottile, che potremmo definire energetica. Si tratta di una esplorazione corporea effettuata attraverso la focalizzazione dell’attenzione e del respiro, mentre ci si trova in stato di consapevolezza profonda. Questo porta a riconoscere e imparare ad esprimere il proprio percepito attraverso forme, colori, e altre caratteristiche.
  3. Il Disegno psicosomatico è una modalità espressiva di traduzione delle sensazioni in immagine disegnata su carta. La persona trova così il modo di “fotografare” il suo attuale stato di consapevolezza corporea.
  4. Gli esercizi di energetica stimolano la consapevolezza corporea anche attraverso il movimento. La piacevolezza del movimento delle tecniche “dolci” aiuta a riscoprire l’armonia del corpo nella sua interezza, mentre la decisione delle tecniche “forti” irrobustisce il senso di presenza, forza e sicurezza della persona.
  5. L’uso della voce permette in maniera semplice di riconoscere e stimolare varie aree corporee, dalla pancia, al torace, alla gola, alla testa, al corpo intero.
  6. Il massaggio olistico consente di migliorare la percezione di aree corporee bloccate, di liberarne le tensioni e facilitarne il ripristino del flusso energetico.

Vedi anche:

Gruppo Benessere Globale a Villa Verucchio (Rimini) – gennaio 2016

Prossimamente a Villa Verucchio (Rimini) inizierà un gruppo di Benessere Globale curato dal dott. Pier Luigi Masini.

Il gruppo è destinato ad adulti e ragazzi (col consenso dei genitori per i minorenni) senza limiti di età.

Segui il link per sapere cos’è il Progetto Gaia – Benessere Globale.

Per informazioni e iscrizioni andare alla pagina Contatti.

Progetto Gaia – Benessere Globale

benessere

Il “Progetto Gaia – Benessere Globale” è un programma di promozione della salute psicofisica promosso dalla APS Villaggio Globale di Bagni di Lucca che, partendo dalla “consapevolezza di se stessi” e da semplici tecniche psicosomatiche, può migliorare lo stress, l’ansia e la depressione, aiutando a rispondere alle sfide di questo momento critico di transizione verso una società globalizzata. Il “Progetto Gaia” è nato per essere applicato nelle scuole, mentre il “Progetto Benessere Globale” è pensato per il lavoro con gli adulti in sedi extrascolastiche, ma condividono le finalità anche se con diversi adattamenti specifici.

Le finalità educative di questi progetti sono di trasmettere delle conoscenze e delle pratiche che, partendo dall’esperienza della “consapevolezza psicosomatica”, possano sviluppare una differente percezione di se stessi e della relazione con gli altri sviluppando benessere, pace interiore e sociale, e consapevolezza di Sé. Alla base di questo progetto ci sono i valori etici, le basi scientifiche, mediche, psicologiche e culturali, avanzate negli ultimi decenni da scienziati e pensatori, di ogni cultura per sviluppare nelle persone una consapevolezza più adatta ai bisogni e le sfide di questo momento critico di transizione verso una società globalizzata.

Obiettivi del Progetto Gaia – Benessere Globale

  1. Sviluppare una maggiore consapevolezza psicosomatica di Sé (corpo ed emozioni)
  2. Migliorare il benessere psicofisico riducendo lo stress, l’ansia e la depressione
  3. Migliorare il rendimento scolastico/lavorativo e l’attenzione, riducendo l’irrequietezza e la tensione
  4. Gestione delle emozioni e contenimento della reattività e degli impulsi (autoregolazione)
  5. Migliorare il clima, la condivisione e la cooperazione di gruppo (classe o team)
  6. Offrire una base di informazioni etiche, scientifiche e culturali per una cittadinanza globale
  7. Educazione alla sostenibilità e ai diritti umani per una cittadinanza globale (UNESCO)

Destinatari del Progetto

  • Bambini (dalla scuola d’infanzia in poi) e ragazzi in ambito scolastico o extra-scolastico
  • Adulti in ambiti aggregativi, team di lavoro, strutture residenziali, ecc.
  • Particolare attenzione è rivolta a persone disagiate e a rischio
  • Insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado (formazione)

Per approfondire

Presentazione pdf ufficiale del progetto Gaia

Una proposta per le scuole: il progetto Gaia

Sito ufficiale del Progetto Benessere Globale: www.benessereglobale.org

Sito ufficiale del Progetto Gaia: www.progettogaia.eu

Il dott. Pier Luigi Masini, avendo conseguito la formazione specifica, è un conduttore di gruppi benessere basati su questo metodo e propone il percorso in modo completamente gratuito.

Per richiedere informazioni andare alla pagina Contatti, oppure per conoscere l’organizzazione dei prossimi gruppi consultare la sezione Eventi.

27-28 feb. Emozioni e relazioni

villaggio-globaleLa qualità delle nostre relazioni con gli altri, il rapporto con noi stessi e il nostro mondo emozionale sono alla base della qualità del nostro vivere. Nel rapporto con gli altri e nei nostri vissuti emozionali possiamo riconoscerci ed esprimerci armoniosamente oppure rimanere amareggiati, tesi, depressi, fino al disagio. In questo laboratorio cominceremo a riconoscere alcuni degli schemi automatici che utilizziamo, sia nell’idea che abbiamo di noi stessi che nelle relazioni. Vedremo come alcune emozioni ci siano facilmente accessibili mentre altre rimangono inespresse. Inizieremo a riconoscere l’origine di alcuni condizionamenti che ci portano ad agire con modalità ripetitive e stereotipate, impedendoci di essere noi stessi.

Con la dott.ssa Silvia Ghiroldi, presso il Villaggio Globale di Bagni di Lucca.

Per info: www.villaggioglobale.eu