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La malattia tra interpretazione e ricerca di senso

Molto interessante questo articolo di Antonietta Valentini del gruppo di creatività culturale DarsiSalute del movimento Darsi Pace, di cui anch’io faccio parte.

La ricerca di un senso in ciò che viviamo, e nella malattia in particolare, è un passaggio fondamentale, che purtroppo la medicina scientifica non è in grado di affrontare. Altri approcci interpretativi e curativi in buona parte lo fanno, anche se talvolta appaiono un po’ forzati e, inevitabilmente, legati ad una visione filosofica o religiosa.

Credo che la ricerca di senso sia molto più importante dell’interpretazione della malattia. Il primo fornisce una direzione generale, il secondo un possibile metodo terapeutico che comunque va inteso all’interno del primo.
Ma qual è questo “senso generale”? La salute ad ogni costo? L’efficienza della persona? Una durata della vita maggiore possibile?
Nel caso della medicina scientifica (o “evidence based”, ovvero “basata sulle prove di efficacia”) il senso è di ridurre il più possibile il danno e la sofferenza, opponendosi ai processi patologici in corso.
Noi di DarsiSalute crediamo che si possa ampliare la visuale mantenendo la scienficità e allo stesso tempo integrando ciò che non è scientificamente dimostrabile, ma che l’esperienza e il credo (personale e comune) ci dicono in merito alla nostra esistenza.

Bloccarsi totalmente in una visione scientifica senza allargare lo sguardo è un grosso limite per noi operatori sanitari, limite che si riflette anche sull’esperienza personale di malattia e di salute delle persone con cui veniamo in contatto. Non basta dire “lei ha questo e quello, quindi deve prendere questa medicina o essere sottoposta a quell’intervento”. Abbiamo la responsabilità di guardare negli occhi chi abbiamo di fronte e recepirne le domande più profonde. Questo non significa avere delle risposte, ma mettersi al fianco e cercare insieme.

Credo che l’approccio al momento presente, una continua ricerca di senso in ciò che viviamo e la cura basata sulla relazione, uniti alle migliori terapie su base scientifica, possano essere il metodo più efficace per un approccio alla persona integrato e totale.

Grazie Antonietta!

Un libro, una vita, il miracolo

“Vivo per miracolo – così Sandra Sabattini mi ha guarito”, Stefano Vitali, Editore Sempre, 2020.

Ho letto questo libro con una certa voracità… Sarà perché la storia di Stefano Vitali mi ha colpito e interessato dal suo inizio, sarà perché è scritto in modo così scorrevole, ma credo soprattutto perché è raccontato col cuore aperto e con grande sincerità.

Stefano racconta la sua vita come lo farebbe ad un amico, al quale si confida sinceramente e senza timore di ammettere i propri difetti, le paure, o le umane mancanze di cui ha preso coscienza nel difficile percorso che lo ha visto protagonista.

È il racconto di un sopravvissuto, che ti prende per mano, ti dà del tu, e ti accompagna negli inferi che ha passato, per poi ricondurti in un’inaspettata risalita.

Ammetto che il mio interesse per la vicenda è dovuto anche al mio essere medico, al voler conoscere come una situazione disperata abbia potuto mutare favorevolmente in una guarigione. Il titolo di per sé già spiega tutto: la sua guarigione è un miracolo, non c’è dubbio. Però ogni miracolo avviene in modi e tempi diversi, e quello che ha interessato Stefano è particolare, perché non è la storia del paralitico che si alza dal lettuccio improvvisamente, ma di una vita che, presa coscienza di ciò che è, comincia a rialzarsi, nonostante la diagnosi e la malattia, quando ancora non c’è nessuna speranza di guarigione.

Questi sono i miracoli che mi interessano di più: se è vero che Sandra Sabattini ha interceduto per la causa di guarigione di Stefano, è anche vero che lui ha accolto questa enorme forza che si è riversata su di lui. Forza che ha avuto origine nelle preghiere di don Oreste Benzi e della sua Comunità Papa Giovanni XXIII e si è riflessa amplificandosi nello spirito della giovane, per poi canalizzarsi sul povero infermo.

Io credo che il miracolo sia avvenuto la notte in cui Stefano ha percepito che, nel poco tempo che sembrava rimanere a sua disposizione, poteva diventare lo Stefano più splendente e vivo che poteva essere. E questa vitalità era il segno di una guarigione interiore, che si manifestava nella forza di rialzarsi dal letto nonostante le precarissime condizioni fisiche, fino ad una maggior attenzione alle relazioni e ai piccoli gesti quotidiani. Senza che lui lo sapesse stava guarendo anche nel corpo. Si, perché il corpo, la psiche e lo spirito, non sono affatto separati, e lui lo sentiva già nei giorni successivi all’intervento chirurgico, quando l’angoscia sembrava ancora farla da padrone.

Prese il sopravvento un atteggiamento di introversione che, anche a livello posturale, mi portò per il primo periodo postoperatorio ad assumere un’andatura incerta, ingobbita, quasi a difendere, a non mostrare al mondo la parte di me che non contenevo più. Il mio ripiegamento fisico, simbolicamente, rappresentava anche quello psicologico” (pag. 32).

A Stefano sarebbe bastata, però, questa guarigione interiore, non aveva nessuna pretesa o aspettativa di altro genere. E anche questo, credo, abbia giocato un ruolo nell’esito del suo percorso: si è abbandonato completamente alla vita, a prescindere dalle condizioni e dal tempo. D’altro canto se non iniziamo a guarire ora, quando lo faremo? Non è forse adesso il momento di farlo? Altrimenti, questo adesso, cos’è, un posto in cui possiamo lasciar spazio alla morte?

Quindi anch’io posso iniziare a guarire ora? O per farlo si deve proprio passare per questo ripidissimo calvario? Provocatoriamente (e con rispetto per chi è affetto da qualche difficile condizione di salute) potrei dire che non tutti hanno la “fortuna” di ammalarsi così gravemente… ma intanto posso iniziare a guarire lo stesso? Perché anch’io voglio vivere al massimo delle mia potenzialità ogni piccolo momento, ogni relazione, ogni gesto, sentire continuamente “la mia voglia di rimettermi in gioco”, “vivere quel tempo, qualunque sia, giocando in attacco” e di “indossare il mio sorriso più bello” (da pag. 43). La storia di Stefano mi fa venir voglia di farlo subito, e in ogni istante.

Quando ci si accorge che il tempo a nostra disposizione non è infinito, allora si possono prendere due strade: lasciarsi andare allo sconforto, alla disperazione, alla rabbia o alla paura e spegnersi lentamente (quanti ne ho visti!), o vivere al massimo delle nostre potenzialità fosse anche consumandosi come un cerino, ma generando un forte lampo di luce. Il fatto che Stefano abbia scelto la seconda, quando non c’era nessuna speranza di guarigione, mi fa pensare che questo possa valere anche per ogni malato, come per ognuno di noi in fondo, in ogni momento, fino all’ultimo: cercare il senso in ogni piccolo gesto, generare speranza, rigenerare le proprie relazioni, non lasciarsi andare mai.

Stefano racconta anche tutta la fatica e il dolore dell’essere ammalato. Il corpo martoriato da un atto chirurgico estremo, la psiche devastata da una diagnosi di “game over” (pag. 42), le relazioni che cambiano…

Un altro grande insegnamento che ho trovato in questa storia: rimettersi in discussione, trarre dal buio una luce.

La malattia, violenta e improvvisa, mi aveva tolto dalla comodità dell’abitudine, facendomi riflettere sul fatto che nulla può essere dato per scontato, tanto meno le relazioni. Per relazionarsi davvero con qualcuno, non puoi mettere il pilota automatico, devi impegnarti al confronto. Quante volte invece l’avevo fatto… […] arrivai anche a pensare che dopo tutto fosse per me una buona occasione, […] mi fece aprire gli occhi su tanti particolari delle persone a me care, che fino al giorno prima non avevo mai visto” (pag. 44-45).

Poi parla del rapporto coi medici e il personale sanitario, la vita da malato oncologico, gli sguardi degli altri malati che incontrava… Stefano non si ferma al miracolo, continua a curarsi per anni, confidando anche nelle cure umane e richiamando l’importanza delle relazioni nell’ambiente di cura, provvedendo consigli anche per gli addetti ai lavori.

Secondo la mia esperienza non esiste al mondo una persona che guarisca da sola, perché la guarigione è un mix di fattori particolari e diversi: la qualità delle cure mediche, le strumentazioni e le medicine, l’atteggiamento del paziente e, non ultimo, la capacità di instaurare un clima “curante” tra paziente, personale medico e struttura ospedaliera” (pag. 89).

Una grande domanda accompagna tutto il libro: “Perché proprio a me?”. La risposta sembra stare nella fede che Stefano non abbandona mai, cercando sempre il senso di ogni evento all’interno di una visione più grande. Ma la consapevolezza del miracolo arriva solo dopo molto tempo dall’effettiva guarigione e leggendo il diario di Sandra Sabattini comprende il nesso tra lei, il miracolo, e lui: “dire sempre di si”, mettersi al servizio della vita, in qualsiasi situazione.

Si potrebbe credere che la conclusione sia scontata: si tratta ovviamente di un “lieto fine”, ma questa storia invece ci stupisce ancora, Stefano è messo alla prova fino all’ultima pagina, quando la sua vita prende una svolta inaspettata (da lui per primo) e sembra rinascere un’altra volta, anche se sono ormai passati anni dalla sua guarigione. Il suo percorso lo porterà nella lontanissima Africa, dove si troverà in un altro punto estremo dal quale risalire.

Il miracolo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza” ha detto Stefano presentando il suo libro (https://youtu.be/VfSNGDe3NQE).


Stefano Vitali è nato a Rimini, ha 52 anni e insieme alla moglie Lolli è responsabile di una delle case famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII. Dal 1994 al 1999 è stato segretario personale di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità. Nel 1996 ha intrapreso la sua carriera politica presso l’amministrazione comunale di Rimini come assessore, poi dal 2009 al 2014 è stato Presidente della Provincia di Rimini. Nel 2007 si è ammalato di cancro con una prognosi apparsa subito infausta, ma inspiegabilmente nei mesi successivi guarisce totalmente. La sua guarigione è stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica come un miracolo attribuito a Sandra Sabbatini, una giovane riminese discepola spirituale di don Benzi deceduta nel 1984, a soli 22 anni, per un incidente stradale, che per questo viene proclamata beata.


Stefano Vitali racconta la sua storia anche nel seguente evento TEDx: https://youtu.be/juGP0Kr6NdM.

Il libro può essere acquistato qui: https://shop.apg23.org/editoria/268-vivo-per-miracolo-cosi-sandra-sabattini-mi-ha-guarito.html

Quando la speranza supera la malattia… e salva la vita

In questo video Stefano Vitali, riminese, padre di una casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, ex presidente della Provincia e assessore comunale di Rimini, racconta la sua profonda esperienza di vita. A 40 anni gli venne diagnosticata una grave patologia tumorale. La sua esistenza, proprio sul più bello, sembrava stesse finendo. Una straordinaria speranza, nata dal profondo del suo cuore, sembra abbia stravolto il corso degli eventi.

Trovo che uno degli elementi più significativi di questa storia non sia tanto la guarigione di Stefano, già di per sé miracolosa, ma il fatto che sia stato possibile trasformare e guarire la sua interiorità grazie alla malattia stessa.

Un insegnamento per tutti.

Sani & Salvi – Il video

Sul sito di Darsi Pace (www.darsipace.it) è stata pubblicata la registrazione dell’incontro che ho tenuto a Forlì il 20 ottobre con Antonietta Valentini. Vedere e pensare salute e malattia in modo nuovo e oltre la superficialità è una grande sfida, ma si può fare!

Vai alla pagina dell’evento: http://www.pierluigimasini.it/2019/10/21/sani-salvi-la-salute-oltre-il-benessere-ascoltare-il-desiderio-di-vita-20-10-2019-forli/

Cercato, nato e abbandonato

L’articolo che propongo oggi, dal sito Aleteia, racconta la storia di un bimbo nato con la fecondazione eterologa, ma poi abbandonato dai genitori alla nascita a causa del riscontro di una grave malattia. L’autrice propone un’analisi al di fuori degli schemi che non interessa solo il fatto in sé, ma viene allargato al mistero della malattia e della vita. Ecco perché vi consiglio di leggerlo.

Buona lettura!

La malattia: alla ricerca di un senso

Continua la riflessione sulla malattia… Ecco il mio secondo articolo per il gruppo DarsiSalute, sul sito del movimento Darsi Pace. Qui ci addentriamo alla ricerca di un senso!

Nell’articolo riporto alcuni suggerimenti per allargare la visione a quelle che possono essere le componenti o le “facce” della malattia. Non mi soffermo volontariamente su aspetti medici, ma provo a immergermi in un mondo non sempre conosciuto ed esplorato da chi si occupa di medicina. Sarebbe auspicabile lo facessimo tutti per iniziare ad occuparci veramente di salute e di cura della persona.

Lo schema inserito nell’articolo è tratto da un mio precedente su questo sito in cui ho parlato del modello BioPsicoSociale e di una possibile estensione ad uno BioPsicoSocioSpirituale: L’approccio biopsicosociale in medicina.

Per chi avesse perso il primo articolo: L’abisso della malattia

L’abisso della malattia

Oggi propongo questo mio primo articolo per DarsiSalute pubblicato sul sito del Movimento Darsi Pace in cui cerco di esprimere una visione della malattia che vada oltre gli aspetti puramente tecnico-medici.

Ritengo fondamentale, sia dal lato del paziente che da quello del medico o dell’operatore sanitario, mantenere sempre uno sguardo ampio e aperto quando si parla di salute, malattia, o altri argomenti ad essi correlati.

Uno stato collettivo di disordine profondo


«La nostra civiltà moderna industrializzata, frenetica, angosciosa, reca con sé tutti i germi delle malattie che le assomigliano. Queste, in linea di massima, nascono da uno squilibrio cerebrale in cui l’attività del sistema autonomo risulta affievolita in modo abnorme, mentre l’attività della corteccia cerebrale è intensificata in misura esagerata. […] Tutte queste malattie esigono senza dubbio un trattamento medico specifico. Tuttavia, anche in questo caso, la medicina non accorderà se non una tregua a disturbi la cui origine profonda è di natura esistenziale».

Taisen Deshimaru

Citato in M. Guzzi, La Nuova Umanità, pp. 74-75

Quando la memoria fa cilecca


Molte persone lamentano disturbi della memoria che interferiscono in modo più o meno importante nella loro vita quotidiana. Dimenticanze di vario tipo, come perdere un’appuntamento o non ricordare dove è stato lasciato qualcosa, mettono in luce un lieve disturbo della memoria, che può avere caratteristiche del tutto transitorie.

C’è da dire che può capitare a tutti, di tanto in tanto, di dimenticare qualcosa, soprattutto quando siamo stanchi o troppo presi da qualche attività, per cui non è assolutamente preoccupante se avviene sporadicamente e non influenza più di tanto la vita quotidiana.
Di solito non si tratta dimenticanze molto gravi e nemmeno troppo frequenti, per cui ci si rassegna e non si chiede nemmeno aiuto. Infatti spesso questa domanda è secondaria, cioè la persona si è rivolta a me per altri motivi. Questo evidenzia anche una scarsa fiducia nella possibilità di migliorare le proprie capacità mnemoniche.
Tipicamente chi soffre di «dimenticanze» ha la sensazione di avere la testa piena di problemi, cose da fare, impegni, pensieri. In altri casi la persona vive poco in contatto con ciò che la circonda, sembra che abbia la testa fra le nuvole, e magari non ha nemmeno tanti impegni da seguire. Quello che può accomunare questi due apparenti estremi è la scarsa concentrazione.

Quando preoccuparsi seriamente

In alcuni casi i disturbi sono pesanti e mettono in grave difficoltà la persona e chi le sta vicino, situazioni che richiedono sempre un’attenta valutazione specialistica.
Attenzione particolare va dedicata anche alle forme che insorgono acutamente o si aggravano in tempi piuttosto rapidi. Talvolta sono i parenti a riferire questo disturbo, mentre l’interessato sottostima (o addirittura nega) il problema, risultandone del tutto inconsapevole. È importante tener conto seriamente di disturbi della memoria legati ad altre alterazioni della salute psicofisica della persona. Un disturbo della memoria di questo tipo va immediatamente riferito al medico, il quale procederà con testistiche appropriate o invierà a consulenza specialistica.
È inoltre essenziale distinguere almeno tra memoria a breve termine, ovvero quella che riguarda l’immagazzinamento temporaneo di informazioni, e memoria a lungo termine, quella che ci consente di ricordare fatti, persone, luoghi, e molto altro dal nostro vissuto passato. In genere il disturbo più frequente riguarda la memoria a breve termine, ad esempio non memorizziamo un nome o un numero enunciato poco prima, magari dimentichiamo dove abbiamo messo le chiavi, o dove abbiamo parcheggiato la macchina.

Un disturbo ben più grave è senz’altro quello legato alla perdita di memoria riguardante ricordi ben fissati precedentemente (memoria episodica), oppure in alterazioni della capacità di dare un nome alle cose o riconoscere persone e luoghi (memoria semantica), oppure ancora perdita della capacità di eseguire compiti precedentemente ben conosciuti (memoria procedurale).

Il «centro» della memoria

La memoria non ha un vero e proprio luogo nel cervello, è sempre più chiaro che quest’ultimo lavora in maniera unitaria e probabilmente olografica, ovvero una certa informazione è contenuta allo stesso momento in più aree (non solo cerebrali, ma anche corporee), ma con diversi livelli di dettaglio. Un ricordo, quindi, è dato da uno «stato» del sistema nervoso, e non è localizzato in un punto preciso al suo interno. Il cervello ha, comunque, nelle sue varie regioni anche funzioni specifiche, ma queste interagiscono sempre ampiamente tra loro.
L’ippocampo è una regione cerebrale centrale per la funzionalità della memoria, ha inoltre un ruolo fondamentale nell’equilibrio emotivo (fa parte del sistema limbico) e nella risposta agli stimoli stressogeni cui siamo sottoposti continuamente. Il suo sviluppo è determinato in buona parte dalle cure genitoriali, ovvero dal modo in cui i genitori si relazionano col bambino. Cure materne più amorevoli e supportive nel periodo di vita prescolare del bambino portano ad uno sviluppo superiore di quest’area, contribuendo quindi anche ad un miglior equilibrio emotivo [1]. Situazioni di stress cronico, in seguito all’aumento del cortisolo (detto anche «ormone dello stress») che blocca la capacità dei suoi neuroni di assumere glucosio, invece portano ad una riduzione della funzionalità e del volume dell’ippocampo anche nell’adulto.
L’ippocampo è proprio inserito nel circuito di regolazione del cortisolo: in una situazione di stress cronico riduce la sua capacità di regolarlo, portando a risposte meno efficaci dell’organismo (il cortisolo resta elevato per più tempo) [2]. Tutto questo è alla base di problemi di memoria che lamentano tante persone, giovani e adulte.
Bisogna ricordare che lo stress cronico porta anche ad alterazioni del sistema immunitario, a depressione, a situazioni di infiammazione e ad una rigenerazione cellulare ridotta. Tutti questi aspetti, insieme, conducono ad una salute precaria, predisponendo a malattie acute e croniche.

Cervelli in forma

Parlando dell’ippocampo abbiamo messo in luce collegamenti tra memoria, vita sociale, emozioni e stress.
Il nostro cervello ha bisogno di continui stimoli per mantenersi in forma, quindi anche una vita povera di relazioni sociali, attività e impegni, può portare ad una progressiva riduzione dell’attività cognitiva, come può accadere nelle persone anziane, emarginate, o portatrici di malattie debilitanti.
È facile rendersi conto di come alcune informazioni restino impresse nella nostra mente in maniera indelebile, mentre altre tendano a scivolare immediatamente senza essere nemmeno trattenute per pochi istanti. Da cosa dipende tutto questo? Importanza fondamentale è data dallo stato mentale in cui ci troviamo in quel momento e dalla valenza emotiva dell’informazione stessa.
Uno «stato di presenza» consapevole (mindfulness) favorisce l’attenzione e la memorizzazione. Non mi dilungherò su questo aspetto già ampiamente trattato in altre pagine del sito (vedi ad esempio: Praticare la consapevolezza (mindfulness) per un benessere globale).
Avvenimenti dalla forte connotazione emotiva, quale essa sia, restano più facilmente impressi nella memoria. In questi casi, infatti, specifiche aree cerebrali (come amigdala e ipotalamo) sono già state attivate rilasciando sostanze (come dopamina e catecolamine) che determinano più prontezza nella risposta psicofisica. Le emozioni sono reazioni interiori che danno peso e coloritura a ciò che avviene, quindi attraverso di esse riconosciamo anche cosa è importante memorizzare. Quando viviamo una certa situazione in modo distaccato, senza emozione, più facilmente ce ne dimentichiamo. Infatti, non ricordiamo tutte le volte che siamo entrati in un supermercato, in un cinema, o in una chiesa, ma probabilmente abbiamo ricordi di momenti specifici vissuti in questi luoghi che hanno suscitato in noi particolari emozioni.
Quando abbiamo necessità di memorizzare un dato è quindi utile associarlo a qualcosa che ci è caro, o comunque ben conosciuto. Ad esempio incontriamo una persona per la prima volta e ci dice che si chiama «Rossella». Per non dimenticarlo possiamo immediatamente associarla ad una persona che conosciamo con lo stesso nome. Se non conosciamo nessun omonimo, possiamo effettuare altri collegamenti visivi, in questo caso ad esempio: l’immagine di una rosa, la persona stessa vestita di rosso, ma anche una sella di una bicicletta potrebbe aiutarci…

Rielaborare i contenuti di un’informazione, sia essa rappresentata da un numero di telefono, un nome, o dettagli di altro tipo, è sempre un’operazione utile per ricordarla. Anche il solo ripetere a voce alta è già una rielaborazione, perché questa azione richiede un passaggio di modalità sensoriale (ad esempio dall’immagine alla verbalizzazione) e quindi un lavoro cerebrale che necessita e determina collegamenti tra diverse aree.
Esistono anche tecniche specifiche di memorizzazione, ma esulano dagli scopi di questo articolo.

Insomma, la pillola della memoria?

La risposta quindi, in genere, non è da ricercarsi in un rimedio farmacologico. Sicuramente è fondamentale osservare uno stile di vita che rispetti le necessità del nostro organismo:

  1. corretta alimentazione
  2. sufficiente attività fisica
  3. adeguato riposo

I nemici della memoria

Il fumo e l’eccesso di alcol possono portare a danni irreversibili, non solo sull’attività cerebrale, ma anche sull’apparato cardiovascolare, che si occupa di fornire i nutrienti vitali a tutto il corpo, nonché ad altri organi. Una assunzione eccessiva di caffeina, teina, o bevande a base di cola o guaranà, può compromettere alcune attività del nostro sistema nervoso.

Tenere sotto controllo parametri fisici come la pressione arteriosa, la colesterolemia e il peso corporeo, significa contribuire al benessere generale del nostro corpo e della nostra mente.
Una dieta sbilanciata o favorente l’infiammazione è nemica del cervello, così come lo sono la carenza di sonno e l’eccessiva sedentarietà.

Anche un utilizzo eccessivo di sistemi elettronici (computer, smartphone, tv, ecc.) può far perdere l’allenamento nella memorizzazione, nel calcolo a mente, e determinare una iperattivazione irritativa del sistema nervoso centrale.

Dieta, integratori e altro

Nota bene: ciò che viene descritto in seguito ha il solo scopo informativo, non è da considerarsi un consiglio medico.

In alcuni casi una integrazione dietetica può essere d’aiuto, ma non deve essere considerata sostitutiva di un buon regime alimentare. La vitamina E, ad esempio, è essenziale per le membrane neuronali ed ha un effetto antiossidante, la vitamina B12 e i folati sono essenziali per una normale attività del sistema nervoso.

Alimenti che possono favorire la memoria (e non solo) ad esempio sono:

  • Colina: sostanza fondamentale di membrane cellulari e neurotrasmettitori ed ha attività antiossidante. E’ contenuta ad esempio in semi di soia, uova (tuorlo), fegato, rene, cavolfiori, arachidi, pollo.
  • Mirtilli: contengono pro-antocianidine (antiossidanti) e altre sostanze protettive nei confronti di cervello e vasi sanguigni, favoriscono il metabolismo lipidico e glicemico. NB: hanno attività antiaggregante piastrinica, di per sé favorevole nella prevenzione degli eventi cardiovascolari, ma aumenta il rischio di sanguinamento se in terapia con farmaci antiaggreganti piastrinici o anticoagulanti.
  • Curcuma: numerose attività benefiche per l’organismo, azione antiossidante e antinfiammatoria. Evitare in caso di calcoli biliari.

Farmaci omotossicologici o rimedi omeopatici mirati possono invece fornire substrati utili al ripristino di una migliore funzione mnemonica e cerebrale, ma vanno scelti attraverso una conoscenza sufficientemente approfondita della persona e del suo problema.

Relazioni e interiorità

Lavorare su noi stessi ricercando uno stato interiore presente, sano e attivo (vedi le considerazioni fatte sopra su stile di vita, pratica meditativa, ecc.) in ogni momento della nostra vita è senz’altro il primo e fondamentale passo. Finché viviamo concentrati solo sui nostri doveri, problemi, paure, o impegni, non riusciamo ad essere veramente presenti nel qui ed ora.

È importante prendere in considerazione il modo che abbiamo di affrontare le relazioni, la nostra interiorità, e il carico quotidiano di impegni. Imparare ad ascoltarsi è fondamentale, in questo la pratica meditativa e l’attività bioenergetica corporea si inseriscono perfettamente, permettendo di raggiungere uno stato di miglior consapevolezza di Sé, associata a quiete interiore, rilassamento fisico e migliore riposta allo stress. Migliorano inoltre l’attenzione e la concentrazione, riducono l’ansia e la depressione.

Sentire e vivere il corpo fa parte di questa consapevolezza. Questa potrebbe farci rendere conto che stiamo chiedendo troppo a noi stessi e che quindi non ci stiamo prendendo cura di noi con sufficiente amorevolezza.

Bibliografia

  1. J. L. Luby et al., Preschool is a sensitive period for the influence of maternal support on the trajectory of hippocampal development, PNAS 2016 ; published ahead of print April 25, 2016, doi:10.1073/pnas.1601443113
  2. F. Bottaccioli, Psiconeuroendocrinoimmunologia, Red Edizioni, 2005, p. 438-439

Malattie genetiche: errori della Natura?

dna-2Per “malattie genetiche” si intendono quelle condizioni patologiche, spesso ereditabili, in cui si riscontra un’alterazione del DNA correlabile alla patologia stessa. Per esempio in una malattia caratterizzata da insufficienza di un enzima la relativa sequenza genetica che la codifica è modificata. In questi casi, se l’organismo non ha modo di compensare il difetto, si manifestano sintomi e segni che nel complesso caratterizzano la patologia. Spesso queste condizioni si riscontrano nelle prime fasi della vita (alcune non sono compatibili con la vita stessa e la morte avviene in utero).

Nell’articolo Vivere meglio è prevenire invece mi riferivo invece a condizioni in cui l’alterazione genetica è solo uno dei fattori che predispone alla malattia.

Le malattie genetiche si determinano nel momento in cui “nasce” il DNA della prima cellula dell’individuo (o nelle primissime divisioni cellulari). Sappiamo che una parte del nostro DNA proviene dalla madre (50% del patrimonio genetico nucleare più quello mitocondriale) e la restante dal padre. Nel corso della meiosi, che è il processo di produzione dei gameti, ovvero degli ovociti e degli spermatozoi, avvengono riarrangiamenti di alcune sequenze geniche, che saranno diverse da quelle dei genitori. L’incontro dei gameti porta ad un nuovo ed unico DNA, che sarà trasmesso a tutte le cellule del nuovo individuo, anche se in questa trasmissione sono possibili variazioni (di solito molto piccole).

Quando da questo processo risulta un individuo portatore di alterazioni genetiche che portano a patologia, si parla di “errore”. Quindi la malattia genetica sarebbe un “errore della natura”. Allo stesso modo sono considerate spesso le malattie comunemente acquisite in età successive.

Io non credo tanto negli errori della natura, penso che là dove non capiamo, dove un processo sembra casuale, ci sia dietro qualcosa che ancora non comprendiamo, ma che una sua logica e intelligenza probabilmente ce l’ha.

Come posso pensare che una malattia sia determinata da un processo logico e intelligente? Non tutto avviene secondo il nostro modo di concepire le cose o le nostre preferenze. Stiamo diventando individui oltre la specie, ognuno di noi si percepisce come se fosse la cosa più importante al mondo, ma le leggi della natura non vanno in questa direzione. L’evoluzione è un fatto, ognuno di noi ha dentro la storia dei suoi antenati, e pensare che siamo come siamo per un casuale processo evolutivo mi sembra alquanto riduttivo e improbabile. Addirittura da questo modo di pensare è nata la teoria secondo cui l’essere umano sarebbe nato da un “errore genetico avvenuto 500 milioni di anni fa”… Io nella Natura ci vedo senso e intelligenza, non casualità ed errori.

Sono convinto che ogni modulazione del nostro organismo sia sensata, al fine di rispondere agli stimoli cui veniamo sottoposti, siano essi di natura fisica, alimentare, o psichica. Quando ingeriamo una sostanza nociva (in generale, o anche solo per noi) in genere la vomitiamo, o ci viene la diarrea, o abbiamo dei sintomi addominali, oppure anche generali. Quando siamo sottoposti ad uno stress intenso (non entro nello specifico per non dilungarmi) possiamo avere gli stessi sintomi.

Quante persone raggiungono il pronto soccorso con sintomi dell’infarto miocardico, o di una appendicite, senza averne la traccia! Anche quando si presentano fisicamente queste malattie è spesso possibile notare, insieme alla persona stessa, che c’è stato un forte e/o prolungato stimolo stressogeno (sempre per essere generici) nella sua vita.

Se questo vissuto avviene durante la produzione dei gameti, cosa accade? Chi lo sa, è difficile dirlo, io penso sia possibile che il processo venga alterato, per cui se verranno concepiti figli da quelle cellule potranno essere portatori di mutazioni genetiche e quindi anche di malattie genetiche.

Non è ovviamente tutto qui, non credo nemmeno che ogni singolo caso sia riferibile a quanto ho appena scritto. Il progressivo aumento di anomalie genetiche con l’età della madre viene riferito a processi di invecchiamento dell’ovocita stesso, infatti la prima fase della meiosi femminile avviene durante la vita intrauterina, dopo di che viene bloccata fino all’ovulazione, che può avvenire per tutta la vita fertile della donna (quindi anche 40 e più anni dopo). Anche l’età paterna più avanzata è correlata a maggiori anomalie genetiche, in questo caso per minor capacità di produrre gameti geneticamente sani (gli spermatozoi vengono prodotti durante tutta la vita fertile dell’uomo).

E’ possibile evitare lo stress, i conflitti, i traumi? No, sono necessari e fanno parte della nostra vita. Ciò che possiamo fare è un percorso di crescita continua, che ci consenta di vivere più in armonia con la natura, in serenità e pace interiore, per poter affrontare lo stress in modo meno traumatico e più efficiente.

E’ fondamentale ricorrere ad azioni e attenzioni che mirano alla prevenzione, come una corretta alimentazione, un sano stile di vita e la ricerca continua di ampliamento delle nostre conoscenze per quanto riguarda ciò che può aiutarci a vivere meglio e più sani, o viceversa può predisporci ad ammalarci.

Da tutto questo non può che derivare un benessere più globale e conseguentemente anche meno malattie, siano esse genetiche o meno.

Ringrazio LB per avermi stimolato a scrivere questo articolo con il suo commento.

L’approccio biopsicosociale in medicina

Le origini

George L. Engel
George L. Engel

George Libman Engel (1913-1999), professore di psichiatria e medicina per oltre 50 anni presso l’Università di Rochester (New York), nel 1977 richiamava, in un articolo apparso sulla rivista «Science», alla necessità di un nuovo modello medico (Engel, 1977). L’approccio biomedico, forte delle grandi scoperte e delle conseguenti innovazioni diagnostiche e terapeutiche del XX secolo, si stava concentrando sul corpo del paziente, lasciando volontariamente problemi e bisogni di tipo psicologico e sociale allo studio e alla cura di altre discipline.

Il medico, secondo questo approccio, doveva concentrarsi sulle malattie “reali”, quelle che si possono riscontrare attraverso segni, sintomi, esami di laboratorio e strumentali.

La psichiatria, nata come specialità della medicina che si occupa delle patologie mentali, si stava dividendo in due branche, almeno all’apparenza opposte: l’una che seguiva il nuovo modello biomedico, l’altra che procedeva distaccandosene completamente. La branca biomedica della psichiatria vedeva le malattie mentali come conseguenza di alterazioni patologiche delle funzioni del sistema nervoso centrale e quindi curava con farmaci, atti chirurgici, o altri interventi strumentali come l’elettroshock.

Engel, che era internista e psichiatra, annunciava «una crisi di tutta la medicina», a causa della «aderenza ad un modello centrato sulla malattia che non è più adeguato ai compiti scientifici ed alle responsabilità sociali sia della medicina che della psichiatria» (Engel, 1977).

Dichiarava inoltre:

«La crisi della medicina deriva dall’inferenza logica che porta a definire la “malattia” solo in termini di parametri somatici, cosicché i medici non sono tenuti ad occuparsi delle istanze psicosociali in quanto queste ricadrebbero al di fuori della responsabilità e dell’autorità della medicina».

Engel aveva iniziato a interessarsi alla medicina psicosomatica nel 1941, producendo negli anni successivi molti lavori riguardanti la psicosomatica, lo sviluppo psicologico e l’integrazione mente-corpo. Fu solo nel sopraccitato articolo del 1977 che propose alla comunità scientifica e medica un nuovo modello chiamato biopsicosociale, ovvero un approccio che, oltre agli aspetti biologici delle malattie, comprendesse anche quelli psicologico-comportamentali e quelli socio-relazionali.

Il modello biomedico e i suoi limiti

La biomedicina è diventata, nella cultura occidentale, non solo una base per lo studio scientifico della malattia, ma anche la specifica prospettiva culturale del concetto stesso di malattia. Secondo Engel:

«Il modello biomedico è così diventato un imperativo culturale e le sue limitazioni sono state semplicisticamente trascurate. In breve, il modello ora ha acquisito lo status di dogma».

(Engel, 1977)

biomedicinaLa necessità di spiegare in termini scientifici le alterazioni somatiche, comportamentali e sociali dei malati ha portato progressivamente a considerare il corpo completamente distinto dalla mente. Inoltre l’organismo sarebbe una macchina scomponibile in parti isolabili, da cui l’assunto che l’intero possa essere compreso, sia materialmente che concettualmente, ricostruendone le parti costituenti. La mente, insieme ai processi psicologici e sociali, non farebbe parte del campo applicativo della medicina, anche perché non studiabile attraverso il paradigma biomedico.

Le patologie vengono spiegate attraverso alterazioni misurabili di variabili somatiche e sono correlate principalmente a cause fisiche. Viene applicato un principio di causalità lineare e si mira a trovare una causa primaria delle patologie, anche attraverso la scomposizione dell’individuo in parti sempre più piccole (come nella medicina genetica e molecolare) (Baldoni, 2010). In questo modello medico si parla di cause delle malattie, di cofattori e di condizioni predisponenti legati tra loro da relazioni di causa-effetto.

Da questi presupposti è nata la nosografia moderna, che classifica le malattie secondo la sede anatomica o istologica, quindi le alterazioni anatomo-patologiche o biochimiche e la fisiopatologia (Federspil, 1993). La malattia è quindi diventata un’entità discreta, con precisi criteri diagnostici, non definibile in assenza di perturbazioni a livello biochimico o istologico.

Un riduzionismo insensato

Lo sviluppo di conoscenze in questo campo ha portato a un enorme avanzamento nello studio del corpo umano, quindi dell’anatomia, della fisiologia e degli aspetti organici della patogenesi delle malattie, ma ha indirizzato la ricerca medica verso una scomposizione sempre più minuziosa delle varie componenti, formando specialisti sempre più attenti alla singola parte piuttosto che al tutto.

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Halsted R. Holman

 

Questo modello di stampo riduzionista ha consentito quindi importanti progressi in medicina, ma i suoi limiti sono legati sia ad aspetti diagnostico-valutativi che, conseguentemente, ad aspetti terapeutici.

Halsted R. Holman, professore di Medicina presso l’Università di Stanford, ha criticato fortemente il riduzionismo, sottolineandone i limiti e l’inadeguatezza della formazione medica. Citato da Engel (1977), affermava:

«Sebbene il riduzionismo sia uno strumento di comprensione potente, crea anche profondi fraintendimenti quando viene applicato in modo insensato. Il riduzionismo è particolarmente pericoloso quando giunge a negare l’impatto di condizioni non biologiche sui processi biologici. […] Alcuni risultati dei trattamenti medici sono inadeguati, non a causa della mancanza di appropriate tecniche d’intervento, ma perché il nostro modo di pensare è inadeguato».

Genetica e ambiente

Una malattia come il diabete mellito, se è considerata esclusivamente dovuta a deficit relativo di insulina, viene trattata con il reintegro esogeno di questo ormone (ed altri interventi collaterali finalizzati alla stessa funzione), mirando a correggere l’alterazione biochimica di base (la glicemia), considerando il trattamento efficace se questa rientra in limiti prestabiliti e se a lungo termine vengono ridotte le complicanze microvascolari, macrovascolari e neurologiche.

Vi sono anche altri fattori che incidono sulle manifestazioni e sull’evoluzione delle malattie, altrimenti non sarebbe presente la ben nota variabilità individuale. Su quest’ultimo aspetto la biomedicina si concendnatra su variabili genetiche e ambientali, talvolta non ben definite, quindi poco utilizzabili al di fuori di considerazioni statistiche.

Per poter studiare il peso dell’ambiente e della genetica su una determinata patologia, vengono spesso prese in considerazione coppie di gemelli omozigoti. Barnett, Eff, Leslie, e Pyke, per esempio, nel 1981 hanno studiato 200 coppie di gemelli identici, identificando una forte concordanza nello sviluppo del diabete mellito tipo 2 (praticamente del 100% nell’arco della vita), attribuendogli così una forte predisposizione genetica (Barnett et al., 1981). In studi come questo viene supposto che da uno stesso DNA debba esserci la medesima predisposizione alla malattia, quindi il fatto di svilupparla o meno, deve necessariamente essere determinato dall’ambiente. Secondo i dati dello studio sopraccitato, nel caso del diabete mellito tipo 2 (DM2), l’ambiente avrebbe un peso solo sull’età di comparsa delle alterazioni legate alla malattia, perché se un gemello risultava portatore di diabete, anche l’altro prima o poi lo avrebbe sviluppato. Se ne concludeva che la predisposizione genetica era molto forte.

Secondo questo modo di interpretare la patogenesi delle malattie, esistono quindi fattori genetici predisponenti, ai quali viene dato forte risalto rispetto a tutto il resto che viene genericamente definito “ambiente”. Sotto il cappello “ambiente” compaiono il contesto sociale e culturale, lo stile di vita, e tutto un insieme di fattori intrinseci all’esistenza della persona come per esempio i traumi psicologici. Quando viene proposta la correlazione tra questi singoli fattori e l’incidenza di una malattia, si parla di patogenesi multifattoriale, ampliando da un lato la prospettiva, ma restando fermamente legati ad un approccio riduzionista e determinista. Non vengono in genere considerati fattori più strettamente psicologici, come la personalità, il comportamento di malattia e i disturbi mentali. Tutti elementi che vengono confinati a studi in ambito psicologico o psichiatrico.

Dal punto di vista terapeutico, i fattori ambientali, ad eccezione dello stile di vita, non vengono generalmente presi in considerazione e acquisiscono di conseguenza una sembianza di immodificabilità. Si punta piuttosto a «studiare le basi molecolari delle alterazioni precoci, e sviluppare terapie mirate contro di esse» (Leahy, 2005), giusto per citare uno dei tanti articoli scientifici che si rifanno strettamente al modello biomedico.

Predisposizione genetica o regolazione genetica?

uomo dnaAd oltre 30 anni dallo studio di Barnett, l’avanzamento delle tecniche e delle conoscenze nel campo della genetica molecolare ha consentito di riconoscere l’enorme numero di geni (e dei loro prodotti) che interagiscono nella regolazione del metabolismo (in generale, e più nello specifico di quello glucidico), suggerendo una predisposizione genetica molto complessa per il DM2 (Siddiqui et al., 2013), e allo stesso tempo un difficile, se non impossibile (almeno per ora) calcolo a priori del suo peso reale nello sviluppo della malattia.

Oggi sappiamo che il DNA non è un contenitore di informazioni rigido come una lastra da stampa che determina copie di un libro sempre uguali, ma è un sistema di informazioni plastico, la cui espressione può essere regolata diversamente tra gli individui e nello stesso individuo, attraverso processi epigenetici. Questo con le dovute riserve verso casi con effettive mutazioni grossolane della catena, causa di ben note patologie genetiche. Anche in queste ultime, però, le manifestazioni della patologia e la sua evoluzione possono essere molto differenti tra diversi individui affetti. Il DNA è sicuramente un forte fattore nella determinazione di ciò che siamo e ciò che diventeremo, ma invece di ritenerlo il risultato di una copia stampata, potremmo considerare che questo libro, letto ed interpretato da ciascuno di noi, acquisisce una peculiare espressione, in grado anche di mutare nel tempo.

Fattori biologici, psicologici e sociali in salute e malattia

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The BioPsychoSocial model

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Il modello BioPsicoSociale

La condizione di malattia non è caratterizzata solamente da valterazioni somatiche. Sono presenti anche aspetti psicologici legati ai sintomi, al ruolo di malato, alla medicalizzazione della vita, così come modificazioni nelle relazioni sociali, nella capacità di lavorare e nell’autonomia. Questi fattori possono a loro volta incidere su evoluzione e prognosi della patologia, attraverso l’interpretazione del problema e le strategie di coping peculiari di ciascun individuo.

Fattori biologici, psicologici e sociali interessano continuamente e in maniera complessa ognuno di noi. Questo avviene in uno stato di salute e completo benessere, e allo stesso modo anche in caso di malattia.

Lo stato di salute dell’individuo, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), è uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale (WHO, 1948), visione che si inserisce appieno in un approccio biopsicosociale (in realtà questa definizione ha preceduto il modello proposto da Engel, facendo parte della Costituzione dell’OMS del 1948). La promozione della salute, quindi, non può fermarsi agli aspetti fisici, ma richiede anche una valutazione di quelli sociali e mentali, i quali, come schematizzato in figura, interagiscono tra loro in maniera complessa.

Il modello BioPsicoSocialeSpirituale per un Benessere Globale

Una definizione ancora più ampia (e decisamente più recente) viene dal rapporto 2010 della “Commissione Salute” dell’Osservatorio Europeo su Sistemi e Politiche per la Salute, che definisce la Salute:

«lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di benessere, che consente alle persone di raggiungere e mantenere il proprio potenziale personale nella società».

BioPsychoSocialSpiritual model for a Whole Wellness
BioPsychoSocialSpiritual model for a Whole Wellness

Modello BioPsicoSocioSpirituale per un Benessere Globale
Modello BioPsicoSocioSpirituale per un Benessere Globale

Si può parlare quindi di un modello BioPsicoSocioSpirituale. Questo apre ad una visione olistica della persona, in salute e in malattia, che tratterò in un prossimo articolo. Non si parla più di “salute”, ma di “benessere globale”, perché quest’ultimo non è solo l’assenza di malattia, ma un concetto che richiama a qualcosa che possiamo sempre migliorare.

Esperienze precoci

Variabili psicologiche e sociali interessano l’individuo sin dall’infanzia, a partire dalla sua prima relazione, quella con la madre, considerata la più importante nello sviluppo.

famigliaLa relazione madre-bambino è in grado di influenzare i futuri comportamenti della persona, quindi anche i suoi rapporti interpersonali e sociali. Questo forte legame inizia già durante la gravidanza, e per certi aspetti sin dal concepimento (Baldoni, 2010; Engel, 1962). C’è un ovvio rapporto biologico tra i due e questo già di per sé è una relazione, che inizia con segnali puramente umorali, ma poi si intensifica con lo sviluppo degli organi sensoriali e motori del feto. La voce e i movimenti materni, come le variazioni nelle concentrazioni ematiche di fattori neuro-ormonali, inviano segnali al concepito, il quale può manifestare la sua presenza in seguito allo sviluppo del sistema motorio. Così i movimenti intrauterini del feto possono scatenare intense reazioni emotive nella madre, con risposte che egli progressivamente può percepire. Se da un lato l’apparato psichico fetale è sicuramente ancora poco sviluppato, dall’altro è in piena maturazione, e questa può essere influenzata dalla relazione con la madre.

Studi sull’attaccamento familiare hanno dimostrato anche un’importante influenza del padre sulla relazione madre-bambino e lo sviluppo psicosomatico del figlio sin dal momento del concepimento (Baldoni e Ceccarelli, 2010).

Considerare quindi il momento del parto come il “punto zero” della vita, rappresenta una limitazione alla comprensione dello sviluppo psicosomatico dell’individuo. Gemelli separati alla nascita hanno condiviso, oltre che il patrimonio genetico, almeno la vita intrauterina e la concomitante relazione con la madre. Gemelli rimasti nella famiglia di origine per tutta l’infanzia sono ancora più legati da fattori psicosociali e relazionali, considerando inoltre che hanno vissuto le stesse situazioni negli stessi momenti dello sviluppo, cosa che non accade per esempio in fratelli di età diverse.


Vedi anche in questo sito:

La psicosomatica

La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI)


Bibliografia

Baldoni, F. (2010). La prospettiva psicosomatica. Bologna: Il Mulino.

Baldoni, F., e Ceccarelli, L. (2010). La depressione perinatale paterna. Una rassegna della ricerca clinica ed empirica. Infanzia e adolescenza, 9(2), 79–92.

Barnett, A. H., Eff, C., Leslie, R. D., e Pyke, D. A. (1981). Diabetes in identical twins. A study of 200 pairs. Diabetologia, 20(2), 87–93.

Engel, G. L. (1962). Medicina psicosomatica e sviluppo psicologico (trad. it.). Bologna: Nuova casa editrice L. Cappelli spa, 1981.

Engel, G. L. (1977). The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine. Science, 196(4286), 129–136.

Federspil, G. (1993). Voce «Nosografia» – Enciclopedia Italiana – V appendice (1993). Treccani.

Leahy, J. L. (2005). Pathogenesis of type 2 diabetes mellitus. Archives of medical research, 36(3), 197–209.

Osservatorio Europeo su Sistemi e Politiche per la Salute – Rapporto 2010 della “Commissione Salute”.

Siddiqui, A. A., Siddiqui, S. A., Ahmad, S., Siddiqui, S., Ahsan, I., e Sahu, K. (2013). Diabetes: Mechanism, Pathophysiology and Management – A review. Int. J. Drug Dev. & Res., 5(2), 1–23.

WHO. (1948). Preamble to the Constitution of the World Health Organization as adopted by the International Health Conference, New York, 19-22 June, 1946; signed on 22 July 1946 by the representatives of 61 States and entered into force on 7 April 1948. New York.

Siamo fatti d’amore e per la felicità


Farfalla
Perché la foto di questa farfalla? Questa bellissima creatura è semplicemente sé stessa, non pretende altro. Nella sua coda manca un pezzetto (nota che non è simmetrica, a destra è mozzata): anche questa è una sua caratteristica, che la rende unica, ed è specchio del suo passato, che evidentemente è stato traumatico. Non per questo ha perso la sua natura, continua a vivere nella libertà. Quando riconosciamo la meraviglia di cui siamo fatti, ma anche le difficoltà che ci hanno plasmato, possiamo amarci semplicemente così come siamo.

Tutto ciò che esiste è in relazione col resto dell’Universo, la relazione è in grado di plasmare, e quando crea è amore. Siamo quindi fatti d’amore e pertanto il nostro scopo è essere felici, ma per essere felici dobbiamo essere liberi.

Essere liberi significa poter esprimere totalmente la nostra indole, il nostro spirito interiore, la nostra verità. La paura di sbagliare, essere giudicati o puniti sono tutti ostacoli che sopprimono ciò di cui siamo fatti: l’amore.

“Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mc 12,31): per amare il prossimo è necessario che prima impari ad amare te stesso! Non puoi amarti se non sei libero, se non sei nella verità. Infatti “la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).

Quando non siamo liberi, veri, e quindi felici, abbiamo sentimenti contrastanti, non riconosciamo noi stessi. In questo soffocamento interiore iniziamo a vivere emozioni negative, che si esprimono nella mente tanto quanto nel corpo. I sintomi di tutto questo diventano un malessere più o meno localizzato, ma spesso generalizzato. Il nostro essere non si esprime più come vorrebbe e a livello psichico insorgono depressione, ansia, conflitto, paura, chiusura e stanchezza. Quella parte bloccata della nostra interiorità si rispecchia in un blocco più corporeo, che a lungo andare può diventare vera e propria malattia.