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DarsiSalute: Parole, speranza, guarigione

Sul sito www.darsipace.it è stato pubblicato un nuovo articolo di Antonietta Valentini del gruppo DarsiSalute di cui faccio parte (vedi questa pagina per sapere di cosa si tratta).

Antonietta approfondisce il rapporto tra parola e speranza, anche riprendendo i temi e i concetti dell’interessante libro di Fabrizio Benedetti dal titolo “La speranza è un farmaco”. Questo ricercatore dimostra che, nel processo di cura e di guarigione, le parole utilizzate dal medico sono importanti almeno quanto il farmaco somministrato. Questo vale anche per il contesto di cura, la relazione tra medico e paziente, nonché altri fattori psicologici e culturali.

Pare giusto quindi chiedersi: se la relazione di cura è così importante vale davvero la pena di investirci tante risorse, invece perché ci si punta così poco?

Nella mia esperienza di medico posso dire che la relazione è davvero fondamentale per l’esito delle cure stesse. Per questo è importante avere, anche nei pochi minuti che si riescono a dedicare in alcune situazioni, un atteggiamento di ascolto, positivo ed empatico. Purtroppo non sempre noi operatori sanitari crediamo in questo, e spesso siamo freddi, distaccati, o anche (più o meno esplicitamente) pessimisti nei confronti della prognosi dei pazienti, inconsapevoli che stiamo influenzando negativamente gli eventi, se non altro per quanto riguarda l’umore, la speranza e la motivazione a curarsi e cercare di superare il proprio problema di salute.

Ma a quanto pare le parole (e con esse gli atteggiamenti) assumono il peso di un potente farmaco, interagendo realmente coi processi biologici del nostro organismo, non possiamo dimenticarcelo! E questo vale per le parole in cui crediamo, quelle che diciamo a noi stessi e agli altri.

Vincent Lambert morirà di fame e di sete

Questo pover’uomo di 42 anni, ex infermiere, francese, sta morendo perché gli sono stati sospesi alimentazione e idratazione. Definito in “stato di minima coscienza” da diversi anni in seguito ad un grave incidente stradale, la moglie ha richiesto di lasciarlo morire.

Dopo diverse traversie giudiziarie, con continue modificazioni delle sentenze da un organo all’altro (e questo fa capire che non è stata una decisione “semplice”), da alcuni giorni (secondo l’ultima decisione) questo uomo si trova senza acqua e cibo.

I genitori, contrari a questa sentenza, da anni si battono per la sua vita, ma stanno gettando la spugna, in quanto sembra che non ci siano più speranze perché Vincent possa continuare a vivere. La sua camera d’ospedale è piantonata perché nessuno possa aiutare Vincent “illegalmente”. Deve morire (punto).

Per altri dettagli e approfondimenti rimando al web.

Si tratta di un caso eclatante di eutanasia, contro il quale mi oppongo con tutto me stesso. Non si trattava di una persona in stato terminale (cioè nei suoi ultimi momenti di vita a causa della sua malattia), ne in uno stato di sofferenza estrema (caso in cui comunque vanno adottate misure antalgiche anche potenti), e non eravamo di fronte ad un accanimento terapeutico (il cibo e l’acqua sono supporti vitali innegabili).

Solo eutanasia, l’eliminazione del debole e indifeso.

Se volete associarvi alla petizione in corso andate qui: http://www.jesoutiensvincent.com/ (se non sapete il francese fate tradurre la pagina al browser).

23-24 nov. 2018 – LA CURA. UNA NUOVA VISIONE DELLA RELAZIONE TERAPEUTICA (Novara)


Dalla riscoperta dell’afflato poetico e della motivazione interiore nell’attività clinica, alla presa di consapevolezza rispetto alla Medicina come Bene Comune da tutelare.

Conoscendo un po’ Aleph e Mauro Scardovelli sono certo che si tratterà di un evento molto interessante e dotato di notevole profondità. Da non perdere per tutti coloro che potranno partecipare!

A prescindere da quale tipo di cura intendiamo non si può certo prescindere dalla relazione. Questo può apparire ovvio nella relazione psicoterapeutica o di aiuto spirituale, ma per me lo è anche nella cura medica, in quanto ciò che si cura è una persona e non un organo o una malattia!

Pier Luigi Masini


Informazioni e iscrizioni:

Convegno Workshop | LA CURA. Una nuova visione della relazione terapeutica | Novara, 23-24 Novembre 2018


Il tempo della cura


Tempo di cura, quello passato a parlare col paziente. Eppure ce n’è sempre meno, ma deve rimanere almeno l’essenziale. Credo che le spiegazioni, fatte anche con cuore ed empatia, non solo con sapere tecnico, siano un momento che può alleggerire, per quanto possibile, una situazione di malattia, di ospedalizzazione, di dolore, di preoccupazione.

Noi medici siamo sempre più pressati a fornire prestazioni in tempi ridotti. Così facendo diventiamo dei tecnici e la salute prende la forma di un oggetto meccanico, da controllare e riparare. Occorre invece il giusto tempo, anche per comunicare le informazioni relative a comportamenti adeguati da seguire oppure riguardo lo stato di salute della persona. Per esempio dovremmo essere noi medici a consegnare i referti ai pazienti, per evitare spiacevoli incomprensioni e inutili o eccessive preoccupazioni. Inoltre si eviterebbero anche possibili mancanze nel percorso diagnostico o terapeutico.

Dal Codice di deontologia medica:

Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura. (Art. 20)

Il medico adegua la comunicazione alla capacità di comprensione della persona assistita o del suo rappresentante legale, corrispondendo a ogni richiesta di chiarimento, tenendo conto della sensibilità e reattività emotiva dei medesimi, in particolare in caso di prognosi gravi o infauste, senza escludere elementi di speranza. (Art. 33)

Consapevole del fatto che quel tempo passato insieme al paziente è non solo importante, ma proprio fondamentale, cerco sempre di renderlo utile e possibilmente piacevole. Quando si creano un po’ di empatia e di fiducia tutto scorre più agevolmente, il paziente si rilassa un po’ e si affida maggiormente. Tutti abbiamo bisogno di sentirci accuditi, accolti e compresi. Se questo accade, allora un po’ di malattia è già stata superata, e se non è guaribile, il dolore può diventare almeno più accettabile.