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Obiettivo Benessere Globale! 26 giugno 2017 – Verucchio (Rimini)

Ecco una nuova presentazione di Obiettivo Benessere Globale!

Il concetto di salute sta assumendo nuovi significati, coinvolgendo ampie sfere della persona e della società.

– Qual è il senso di questa parola oggi?

– È possibile pensare la salute come qualcosa di cui prendersi cura continuamente e non solo in caso di malattia?

– Quale connessione tra benessere fisico, psichico, sociale e spirituale?

 

Verrà presentato un percorso di conoscenza di Sé e salute psico-fisica che inizierà la settimana successiva all’incontro.

 

Serata gratuita con prenotazione obbligatoria (posti limitati).

Lunedì 26 giugno 2017 – ore 20.45

Luogo: Verucchio (Rimini), via Provinciale Sud 1011

Per info: vedi pagina contatti.

Benessere Globale & Mindfulness a Rimini! Dicembre 2016

Prossimamente anche a Rimini inizierà un percorso di Benessere Globale basato sul Progetto Gaia-Benessere Globale.

Una possibilità di sperimentare pratiche meditative e energetiche per una crescita personale in termini di coscienza e consapevolezza.

Principali pratiche e tecniche utilizzate:

  • Mindfulness psicosomatica (consapevolezza di Sé)

  • Bodyscan psicosomatico (consapevolezza dei blocchi psicosomatici)

  • Disegno psicosomatico

  • Uso della voce e mantra
  • Energetica dolce e forte

  • Pratiche meditative attive (nei gruppi avanzati)

Tutti i dettagli alla pagina specifica.

Se sei interessato contattami!

Obiettivo Benessere Globale: inizia un nuovo percorso! 25 ottobre 2016 – Verucchio (Rimini)

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Un percorso di conoscenza di Sé per il benessere psicofisico basato sul Progetto Gaia – Benessere Globale. Per saperne di più vedi questa pagina.

I posti sono limitati, per cui si prega di confermare per email (vedi pagina contatti) la partecipazione al più presto!

Obiettivo Benessere Globale
con il dott. Pier Luigi Masini
25 ottobre 2016, Verucchio (RN)
Orario: 20.30 – 22.00

Praticare la consapevolezza (mindfulness) per un benessere globale

meditation-567593_640Chiudendo gli occhi e portando l’attenzione al nostro interno possiamo scoprire un ricco mondo inesplorato. Ciò che proviamo in quel modo è il nostro tesoro, siamo noi. Possiamo sentire esattamente quello siamo, vivere questo momento e accorgerci che non è necessario identificarci con i nostri pensieri, col nostro corpo, con ciò che facciamo. Siamo e basta, qui e ora.

Questo mondo interiore, se accolto senza giudizi e catalogazioni, è puro, vero e libero. Puro perché non contaminato dall’esterno, vero perché è reale e vivo, libero perché non condizionato dai giudizi.

Tutto questo si chiama consapevolezza. Mindfulness è il termine inglese internazionalmente utilizzato per identificare questa modalità di approccio alla vita e la pratica meditativa che ne permette l’acquisizione.

Vivere in consapevolezza significa sentire chi siamo e che ci siamo, riconoscendo le nostre potenzialità e il ruolo che abbiamo nel guidare le nostre esperienze e le nostre relazioni, acquisendo di conseguenza anche fiducia in noi stessi e nella vita.

Per vivere il presente in questo modo abbiamo bisogno di un forte radicamento nel corpo. La mente facilmente vaga tra passato, presente e futuro, immaginato e reale, pensiero e consapevolezza di ciò che ci circonda. Il corpo invece, essendo fisico, vive nel presente e ci rimanda infinite sfumature sensoriali ed emotive. Attraverso esso, senza dimenticare che siamo un’inscindibile unità vivente, possiamo conoscere meglio la nostra interiorità e i nostri vissuti, è quindi essenziale sentirlo e ascoltarlo.

La consapevolezza parte dal nostro respiro, che in qualche modo nutre, rappresenta, ed esprime la nostra stessa vita.

Praticare la mindfuness significa dedicare del tempo a noi stessi e al miglioramento del nostro benessere globale. Tantissimi studi medico-scientifici ne hanno dimostrato l’efficacia in termini di miglioramento del benessere psicologico e corporeo, della performance cognitiva, della memoria, della capacità di attenzione, della capacità di affrontare lo stress e il carico emozionale, dell’empatia, dell’intelligenza emotiva, e di manifestazioni corporee come il dolore cronico e le tensioni muscolari. Più tecnicamente, all’elettroencefalogramma (EEG) è possibile rilevare un aumento della coerenza interemisferica cerebrale con onde armoniche e picco alfa e theta, associati ad un miglior flusso informazionale e coordinamento funzionale tra le regioni del cervello. Al contrario, tracciati EEG a bassa coerenza interemisferica sono stati associati a stati depressivi e psicotici, a bassa consapevolezza di Sé, e all’invecchiamento. Altri studi hanno dimostrato che specifiche aree del cervello deputate all’attenzione, all’integrazione emozionale e alla memoria sono più sviluppate nelle persone che praticano la meditazione.

Oltre a questa esperienza psicofisica si aggiunge quella spirituale: vivendo in consapevolezza abbiamo la grande possibilità di sperimentare in maniera semplice, reale e consapevole, che la nostra esistenza va oltre il nostro corpo, una sorta di “livello energetico”, che ci connette con quel Tutto di cui facciamo parte.

Conoscere le nostre profondità significa quindi anche aprirsi all’infinito, acquisendo un senso di appartenenza e di pace interiore, i quali non possono che portare all’amore di Sé, del nostro prossimo e di tutto ciò che ci circonda. Questo è assolutamente in linea con qualsiasi orientamento religioso. Il credente può fare un’esperienza che rafforza e ravviva la propria fede, ma anche il non credente può aver modo di conoscere senza tramiti il mondo spirituale.

Ecco perché la mindfulness è la pratica base della psicosomatica olistica: a partire da questa consapevolezza possiamo lavorare su noi stessi e recuperare l’integrità della nostra esistenza, formata da psiche, corpo, socialità e spiritualità. Uno stato “centrato” e “integrato” è quindi alla base del nostro benessere globale.

Per iniziare a vivere in consapevolezza è necessario praticarla con una certa costanza. Per questo occorre dedicarvi un po’ di tempo in un ambiente non disturbato. Il modo migliore è partecipare ad un gruppo, la mia proposta si chiama Obiettivo Benessere Globale (contattami se sei interessato, guarda la sezione Eventi se ci sono incontri aperti prossimamente), altrimenti lo si può fare anche da soli, ad esempio seguendo una traccia audio-guida (vedi ad esempio qui).


Vedi anche:

Perché non attuiamo comportamenti preventivi?

Comportamenti preventivi corrispondono anche ad una vita più felice e piena di significato. Non sempre, però, ce ne accorgiamo facilmente.

Questo articolo è la continuazione di: Vivere meglio è prevenire

Sembra più facile mangiare patatine, bere bibite o alcolici, ipnotizzarsi davanti alla tv e isolarsi, rispetto a una dieta equilibrata e priva di sostanze dannose, una vita di relazioni e di progetti per il bene comune. Siamo più spesso tristi e arrabbiati, tesi e stanchi, piuttosto che felici e gioiosi, energici e liberi di esprimerci. Perché?

Una risposta secca potrebbe essere: perché siamo così intelligenti e liberi di scegliere da aver potuto prendere strade diverse da quelle “naturali”. Il riferimento non è tanto al singolo, quanto piuttosto alla società, che nella sua evoluzione ha determinato la costruzione dell’ambiente e dei modelli che troviamo e che ci condizionano.

Abbiamo imparato a chiuderci in noi stessi e a non esprimere il nostro essere, a pensare al nostro orticello e essere diffidenti, a mangiare e bere ciò che ci fa male, a comportarci in un certo modo perché ce lo hanno insegnato, a non giocare perché è cosa da piccoli, a fare più cose possibili per essere produttivi, a non considerarci abbastanza forti e importanti, ecc.

trenoIn questo momento, pur accorgendoci di non seguire il miglior percorso di vita possibile, potremmo avere la sensazione che “le cose stanno così e non è possibile (o non è giusto) cambiarle”. Si tratta di uno dei peggiori condizionamenti!

Siamo quindi bloccati nel nostro percorso, come treni lanciati sui propri binari.

Insieme a questa grande intelligenza abbiamo quindi bisogno anche di più consapevolezza, che possiamo sviluppare prima individualmente e poi anche come umanità.

Se sento veramente chi sono, posso anche permettermi di fermarmi e ascoltarmi, di essere in pace e di scegliere liberamente.

I punti iniziali di questo percorso possono essere:

  1. Riconosco che non mi trovo in pieno benessere e/o non seguo una via ottimale (vedi domande sopra).
  2. Ascolto profondamente i miei bisogni (mindfulness, ascolto reciproco, relazione d’aiuto).
  3. Decido di iniziare a mettere in atto piccoli cambiamenti nella mia vita, li comunico a qualcuno che mi vuole bene, oppure li scrivo su un foglio e lo appendo al muro.

Far parte di un gruppo o una comunità con scopi comuni è di grande aiuto, per poter essere più costanti nel percorso di cambiamento e sentirsi appoggiati e sostenuti.

Cambiare o attuare qualcosa di nuovo è sempre un po’ faticoso, ma in questo caso ne vale davvero la pena: agendo in maniera sensata sul nostro equilibrio psicofisico otteniamo un beneficio globale, che si rispecchia in un corpo più pronto e sano, ma anche in una mente più lucida e serena. In questo modo ci predisponiamo anche a migliori relazioni e successo in ciò che desideriamo nella vita.

L’approccio biopsicosociale in medicina

Le origini

George L. Engel
George L. Engel

George Libman Engel (1913-1999), professore di psichiatria e medicina per oltre 50 anni presso l’Università di Rochester (New York), nel 1977 richiamava, in un articolo apparso sulla rivista «Science», alla necessità di un nuovo modello medico (Engel, 1977). L’approccio biomedico, forte delle grandi scoperte e delle conseguenti innovazioni diagnostiche e terapeutiche del XX secolo, si stava concentrando sul corpo del paziente, lasciando volontariamente problemi e bisogni di tipo psicologico e sociale allo studio e alla cura di altre discipline.

Il medico, secondo questo approccio, doveva concentrarsi sulle malattie “reali”, quelle che si possono riscontrare attraverso segni, sintomi, esami di laboratorio e strumentali.

La psichiatria, nata come specialità della medicina che si occupa delle patologie mentali, si stava dividendo in due branche, almeno all’apparenza opposte: l’una che seguiva il nuovo modello biomedico, l’altra che procedeva distaccandosene completamente. La branca biomedica della psichiatria vedeva le malattie mentali come conseguenza di alterazioni patologiche delle funzioni del sistema nervoso centrale e quindi curava con farmaci, atti chirurgici, o altri interventi strumentali come l’elettroshock.

Engel, che era internista e psichiatra, annunciava «una crisi di tutta la medicina», a causa della «aderenza ad un modello centrato sulla malattia che non è più adeguato ai compiti scientifici ed alle responsabilità sociali sia della medicina che della psichiatria» (Engel, 1977).

Dichiarava inoltre:

«La crisi della medicina deriva dall’inferenza logica che porta a definire la “malattia” solo in termini di parametri somatici, cosicché i medici non sono tenuti ad occuparsi delle istanze psicosociali in quanto queste ricadrebbero al di fuori della responsabilità e dell’autorità della medicina».

Engel aveva iniziato a interessarsi alla medicina psicosomatica nel 1941, producendo negli anni successivi molti lavori riguardanti la psicosomatica, lo sviluppo psicologico e l’integrazione mente-corpo. Fu solo nel sopraccitato articolo del 1977 che propose alla comunità scientifica e medica un nuovo modello chiamato biopsicosociale, ovvero un approccio che, oltre agli aspetti biologici delle malattie, comprendesse anche quelli psicologico-comportamentali e quelli socio-relazionali.

Il modello biomedico e i suoi limiti

La biomedicina è diventata, nella cultura occidentale, non solo una base per lo studio scientifico della malattia, ma anche la specifica prospettiva culturale del concetto stesso di malattia. Secondo Engel:

«Il modello biomedico è così diventato un imperativo culturale e le sue limitazioni sono state semplicisticamente trascurate. In breve, il modello ora ha acquisito lo status di dogma».

(Engel, 1977)

biomedicinaLa necessità di spiegare in termini scientifici le alterazioni somatiche, comportamentali e sociali dei malati ha portato progressivamente a considerare il corpo completamente distinto dalla mente. Inoltre l’organismo sarebbe una macchina scomponibile in parti isolabili, da cui l’assunto che l’intero possa essere compreso, sia materialmente che concettualmente, ricostruendone le parti costituenti. La mente, insieme ai processi psicologici e sociali, non farebbe parte del campo applicativo della medicina, anche perché non studiabile attraverso il paradigma biomedico.

Le patologie vengono spiegate attraverso alterazioni misurabili di variabili somatiche e sono correlate principalmente a cause fisiche. Viene applicato un principio di causalità lineare e si mira a trovare una causa primaria delle patologie, anche attraverso la scomposizione dell’individuo in parti sempre più piccole (come nella medicina genetica e molecolare) (Baldoni, 2010). In questo modello medico si parla di cause delle malattie, di cofattori e di condizioni predisponenti legati tra loro da relazioni di causa-effetto.

Da questi presupposti è nata la nosografia moderna, che classifica le malattie secondo la sede anatomica o istologica, quindi le alterazioni anatomo-patologiche o biochimiche e la fisiopatologia (Federspil, 1993). La malattia è quindi diventata un’entità discreta, con precisi criteri diagnostici, non definibile in assenza di perturbazioni a livello biochimico o istologico.

Un riduzionismo insensato

Lo sviluppo di conoscenze in questo campo ha portato a un enorme avanzamento nello studio del corpo umano, quindi dell’anatomia, della fisiologia e degli aspetti organici della patogenesi delle malattie, ma ha indirizzato la ricerca medica verso una scomposizione sempre più minuziosa delle varie componenti, formando specialisti sempre più attenti alla singola parte piuttosto che al tutto.

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Halsted R. Holman

 

Questo modello di stampo riduzionista ha consentito quindi importanti progressi in medicina, ma i suoi limiti sono legati sia ad aspetti diagnostico-valutativi che, conseguentemente, ad aspetti terapeutici.

Halsted R. Holman, professore di Medicina presso l’Università di Stanford, ha criticato fortemente il riduzionismo, sottolineandone i limiti e l’inadeguatezza della formazione medica. Citato da Engel (1977), affermava:

«Sebbene il riduzionismo sia uno strumento di comprensione potente, crea anche profondi fraintendimenti quando viene applicato in modo insensato. Il riduzionismo è particolarmente pericoloso quando giunge a negare l’impatto di condizioni non biologiche sui processi biologici. […] Alcuni risultati dei trattamenti medici sono inadeguati, non a causa della mancanza di appropriate tecniche d’intervento, ma perché il nostro modo di pensare è inadeguato».

Genetica e ambiente

Una malattia come il diabete mellito, se è considerata esclusivamente dovuta a deficit relativo di insulina, viene trattata con il reintegro esogeno di questo ormone (ed altri interventi collaterali finalizzati alla stessa funzione), mirando a correggere l’alterazione biochimica di base (la glicemia), considerando il trattamento efficace se questa rientra in limiti prestabiliti e se a lungo termine vengono ridotte le complicanze microvascolari, macrovascolari e neurologiche.

Vi sono anche altri fattori che incidono sulle manifestazioni e sull’evoluzione delle malattie, altrimenti non sarebbe presente la ben nota variabilità individuale. Su quest’ultimo aspetto la biomedicina si concendnatra su variabili genetiche e ambientali, talvolta non ben definite, quindi poco utilizzabili al di fuori di considerazioni statistiche.

Per poter studiare il peso dell’ambiente e della genetica su una determinata patologia, vengono spesso prese in considerazione coppie di gemelli omozigoti. Barnett, Eff, Leslie, e Pyke, per esempio, nel 1981 hanno studiato 200 coppie di gemelli identici, identificando una forte concordanza nello sviluppo del diabete mellito tipo 2 (praticamente del 100% nell’arco della vita), attribuendogli così una forte predisposizione genetica (Barnett et al., 1981). In studi come questo viene supposto che da uno stesso DNA debba esserci la medesima predisposizione alla malattia, quindi il fatto di svilupparla o meno, deve necessariamente essere determinato dall’ambiente. Secondo i dati dello studio sopraccitato, nel caso del diabete mellito tipo 2 (DM2), l’ambiente avrebbe un peso solo sull’età di comparsa delle alterazioni legate alla malattia, perché se un gemello risultava portatore di diabete, anche l’altro prima o poi lo avrebbe sviluppato. Se ne concludeva che la predisposizione genetica era molto forte.

Secondo questo modo di interpretare la patogenesi delle malattie, esistono quindi fattori genetici predisponenti, ai quali viene dato forte risalto rispetto a tutto il resto che viene genericamente definito “ambiente”. Sotto il cappello “ambiente” compaiono il contesto sociale e culturale, lo stile di vita, e tutto un insieme di fattori intrinseci all’esistenza della persona come per esempio i traumi psicologici. Quando viene proposta la correlazione tra questi singoli fattori e l’incidenza di una malattia, si parla di patogenesi multifattoriale, ampliando da un lato la prospettiva, ma restando fermamente legati ad un approccio riduzionista e determinista. Non vengono in genere considerati fattori più strettamente psicologici, come la personalità, il comportamento di malattia e i disturbi mentali. Tutti elementi che vengono confinati a studi in ambito psicologico o psichiatrico.

Dal punto di vista terapeutico, i fattori ambientali, ad eccezione dello stile di vita, non vengono generalmente presi in considerazione e acquisiscono di conseguenza una sembianza di immodificabilità. Si punta piuttosto a «studiare le basi molecolari delle alterazioni precoci, e sviluppare terapie mirate contro di esse» (Leahy, 2005), giusto per citare uno dei tanti articoli scientifici che si rifanno strettamente al modello biomedico.

Predisposizione genetica o regolazione genetica?

uomo dnaAd oltre 30 anni dallo studio di Barnett, l’avanzamento delle tecniche e delle conoscenze nel campo della genetica molecolare ha consentito di riconoscere l’enorme numero di geni (e dei loro prodotti) che interagiscono nella regolazione del metabolismo (in generale, e più nello specifico di quello glucidico), suggerendo una predisposizione genetica molto complessa per il DM2 (Siddiqui et al., 2013), e allo stesso tempo un difficile, se non impossibile (almeno per ora) calcolo a priori del suo peso reale nello sviluppo della malattia.

Oggi sappiamo che il DNA non è un contenitore di informazioni rigido come una lastra da stampa che determina copie di un libro sempre uguali, ma è un sistema di informazioni plastico, la cui espressione può essere regolata diversamente tra gli individui e nello stesso individuo, attraverso processi epigenetici. Questo con le dovute riserve verso casi con effettive mutazioni grossolane della catena, causa di ben note patologie genetiche. Anche in queste ultime, però, le manifestazioni della patologia e la sua evoluzione possono essere molto differenti tra diversi individui affetti. Il DNA è sicuramente un forte fattore nella determinazione di ciò che siamo e ciò che diventeremo, ma invece di ritenerlo il risultato di una copia stampata, potremmo considerare che questo libro, letto ed interpretato da ciascuno di noi, acquisisce una peculiare espressione, in grado anche di mutare nel tempo.

Fattori biologici, psicologici e sociali in salute e malattia

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The BioPsychoSocial model
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Il modello BioPsicoSociale

La condizione di malattia non è caratterizzata solamente da valterazioni somatiche. Sono presenti anche aspetti psicologici legati ai sintomi, al ruolo di malato, alla medicalizzazione della vita, così come modificazioni nelle relazioni sociali, nella capacità di lavorare e nell’autonomia. Questi fattori possono a loro volta incidere su evoluzione e prognosi della patologia, attraverso l’interpretazione del problema e le strategie di coping peculiari di ciascun individuo.

Fattori biologici, psicologici e sociali interessano continuamente e in maniera complessa ognuno di noi. Questo avviene in uno stato di salute e completo benessere, e allo stesso modo anche in caso di malattia.

Lo stato di salute dell’individuo, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), è uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale (WHO, 1948), visione che si inserisce appieno in un approccio biopsicosociale (in realtà questa definizione ha preceduto il modello proposto da Engel, facendo parte della Costituzione dell’OMS del 1948). La promozione della salute, quindi, non può fermarsi agli aspetti fisici, ma richiede anche una valutazione di quelli sociali e mentali, i quali, come schematizzato in figura, interagiscono tra loro in maniera complessa.

Il modello BioPsicoSocialeSpirituale per un Benessere Globale

Una definizione ancora più ampia (e decisamente più recente) viene dal rapporto 2010 della “Commissione Salute” dell’Osservatorio Europeo su Sistemi e Politiche per la Salute, che definisce la Salute:

«lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di benessere, che consente alle persone di raggiungere e mantenere il proprio potenziale personale nella società».

BioPsychoSocialSpiritual model for a Whole Wellness
BioPsychoSocialSpiritual model for a Whole Wellness
Modello BioPsicoSocioSpirituale per un Benessere Globale
Modello BioPsicoSocioSpirituale per un Benessere Globale

Si può parlare quindi di un modello BioPsicoSocioSpirituale. Questo apre ad una visione olistica della persona, in salute e in malattia, che tratterò in un prossimo articolo. Non si parla più di “salute”, ma di “benessere globale”, perché quest’ultimo non è solo l’assenza di malattia, ma un concetto che richiama a qualcosa che possiamo sempre migliorare.

Esperienze precoci

Variabili psicologiche e sociali interessano l’individuo sin dall’infanzia, a partire dalla sua prima relazione, quella con la madre, considerata la più importante nello sviluppo.

famigliaLa relazione madre-bambino è in grado di influenzare i futuri comportamenti della persona, quindi anche i suoi rapporti interpersonali e sociali. Questo forte legame inizia già durante la gravidanza, e per certi aspetti sin dal concepimento (Baldoni, 2010; Engel, 1962). C’è un ovvio rapporto biologico tra i due e questo già di per sé è una relazione, che inizia con segnali puramente umorali, ma poi si intensifica con lo sviluppo degli organi sensoriali e motori del feto. La voce e i movimenti materni, come le variazioni nelle concentrazioni ematiche di fattori neuro-ormonali, inviano segnali al concepito, il quale può manifestare la sua presenza in seguito allo sviluppo del sistema motorio. Così i movimenti intrauterini del feto possono scatenare intense reazioni emotive nella madre, con risposte che egli progressivamente può percepire. Se da un lato l’apparato psichico fetale è sicuramente ancora poco sviluppato, dall’altro è in piena maturazione, e questa può essere influenzata dalla relazione con la madre.

Studi sull’attaccamento familiare hanno dimostrato anche un’importante influenza del padre sulla relazione madre-bambino e lo sviluppo psicosomatico del figlio sin dal momento del concepimento (Baldoni e Ceccarelli, 2010).

Considerare quindi il momento del parto come il “punto zero” della vita, rappresenta una limitazione alla comprensione dello sviluppo psicosomatico dell’individuo. Gemelli separati alla nascita hanno condiviso, oltre che il patrimonio genetico, almeno la vita intrauterina e la concomitante relazione con la madre. Gemelli rimasti nella famiglia di origine per tutta l’infanzia sono ancora più legati da fattori psicosociali e relazionali, considerando inoltre che hanno vissuto le stesse situazioni negli stessi momenti dello sviluppo, cosa che non accade per esempio in fratelli di età diverse.


Vedi anche in questo sito:

La psicosomatica

La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI)


Bibliografia

Baldoni, F. (2010). La prospettiva psicosomatica. Bologna: Il Mulino.

Baldoni, F., e Ceccarelli, L. (2010). La depressione perinatale paterna. Una rassegna della ricerca clinica ed empirica. Infanzia e adolescenza, 9(2), 79–92.

Barnett, A. H., Eff, C., Leslie, R. D., e Pyke, D. A. (1981). Diabetes in identical twins. A study of 200 pairs. Diabetologia, 20(2), 87–93.

Engel, G. L. (1962). Medicina psicosomatica e sviluppo psicologico (trad. it.). Bologna: Nuova casa editrice L. Cappelli spa, 1981.

Engel, G. L. (1977). The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine. Science, 196(4286), 129–136.

Federspil, G. (1993). Voce «Nosografia» – Enciclopedia Italiana – V appendice (1993). Treccani.

Leahy, J. L. (2005). Pathogenesis of type 2 diabetes mellitus. Archives of medical research, 36(3), 197–209.

Osservatorio Europeo su Sistemi e Politiche per la Salute – Rapporto 2010 della “Commissione Salute”.

Siddiqui, A. A., Siddiqui, S. A., Ahmad, S., Siddiqui, S., Ahsan, I., e Sahu, K. (2013). Diabetes: Mechanism, Pathophysiology and Management – A review. Int. J. Drug Dev. & Res., 5(2), 1–23.

WHO. (1948). Preamble to the Constitution of the World Health Organization as adopted by the International Health Conference, New York, 19-22 June, 1946; signed on 22 July 1946 by the representatives of 61 States and entered into force on 7 April 1948. New York.

Gruppo Benessere Globale a Villa Verucchio (Rimini) – gennaio 2016

Prossimamente a Villa Verucchio (Rimini) inizierà un gruppo di Benessere Globale curato dal dott. Pier Luigi Masini.

Il gruppo è destinato ad adulti e ragazzi (col consenso dei genitori per i minorenni) senza limiti di età.

Segui il link per sapere cos’è il Progetto Gaia – Benessere Globale.

Per informazioni e iscrizioni andare alla pagina Contatti.

Progetto Gaia – Benessere Globale

benessere

Il “Progetto Gaia – Benessere Globale” è un programma di promozione della salute psicofisica promosso dalla APS Villaggio Globale di Bagni di Lucca che, partendo dalla “consapevolezza di se stessi” e da semplici tecniche psicosomatiche, può migliorare lo stress, l’ansia e la depressione, aiutando a rispondere alle sfide di questo momento critico di transizione verso una società globalizzata. Il “Progetto Gaia” è nato per essere applicato nelle scuole, mentre il “Progetto Benessere Globale” è pensato per il lavoro con gli adulti in sedi extrascolastiche, ma condividono le finalità anche se con diversi adattamenti specifici.

Le finalità educative di questi progetti sono di trasmettere delle conoscenze e delle pratiche che, partendo dall’esperienza della “consapevolezza psicosomatica”, possano sviluppare una differente percezione di se stessi e della relazione con gli altri sviluppando benessere, pace interiore e sociale, e consapevolezza di Sé. Alla base di questo progetto ci sono i valori etici, le basi scientifiche, mediche, psicologiche e culturali, avanzate negli ultimi decenni da scienziati e pensatori, di ogni cultura per sviluppare nelle persone una consapevolezza più adatta ai bisogni e le sfide di questo momento critico di transizione verso una società globalizzata.

Obiettivi del Progetto Gaia – Benessere Globale

  1. Sviluppare una maggiore consapevolezza psicosomatica di Sé (corpo ed emozioni)
  2. Migliorare il benessere psicofisico riducendo lo stress, l’ansia e la depressione
  3. Migliorare il rendimento scolastico/lavorativo e l’attenzione, riducendo l’irrequietezza e la tensione
  4. Gestione delle emozioni e contenimento della reattività e degli impulsi (autoregolazione)
  5. Migliorare il clima, la condivisione e la cooperazione di gruppo (classe o team)
  6. Offrire una base di informazioni etiche, scientifiche e culturali per una cittadinanza globale
  7. Educazione alla sostenibilità e ai diritti umani per una cittadinanza globale (UNESCO)

Destinatari del Progetto

  • Bambini (dalla scuola d’infanzia in poi) e ragazzi in ambito scolastico o extra-scolastico
  • Adulti in ambiti aggregativi, team di lavoro, strutture residenziali, ecc.
  • Particolare attenzione è rivolta a persone disagiate e a rischio
  • Insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado (formazione)

Per approfondire

Presentazione pdf ufficiale del progetto Gaia

Una proposta per le scuole: il progetto Gaia

Sito ufficiale del Progetto Benessere Globale: www.benessereglobale.org

Sito ufficiale del Progetto Gaia: www.progettogaia.eu

Il dott. Pier Luigi Masini, avendo conseguito la formazione specifica, è un conduttore di gruppi benessere basati su questo metodo e propone il percorso in modo completamente gratuito.

Per richiedere informazioni andare alla pagina Contatti, oppure per conoscere l’organizzazione dei prossimi gruppi consultare la sezione Eventi.