Archivi categoria: Salute e Medicina

In questa sezione trovi gli articoli più pertinenti ai temi della salute, della malattia e della medicina.

La consapevolezza può migliorare la nostra salute?

Consapevolezza significa conoscere me stesso. Sapere cosa sta succedendo in me, quindi come sto, e magari anche perché sto così, cioè cosa mi sta disturbando, qual è il processo che mi porta a soffrire.

La strada della consapevolezza dura tutta la vita, ma può anche non realizzarsi quando non ci ascoltiamo, non ci mettiamo in discussione e perdiamo ogni possibilità di crescere e approfondire il nostro rapporto con la Vita.

Di mestiere faccio il medico e incontro quindi tante persone che non stanno bene. Cerco di interessarmi a loro, ma talvolta percepisco che loro non si interessano a se stesse. Ma non lo sanno.

Credono che il curarsi significhi andare dal dottore. Mi dispiace molto, perché il dottore può fare solo una piccola parte e quella grossa la fa la persona stessa da curare. Quando chiedo come va la vita in generale, di solito le risposte non sono positive: abbiamo tutti un sacco di problemi!

Ma le persone vengono da me per un malanno fisico e non fanno alcun collegamento con quanto vivono nella vita sotto l’aspetto interiore. Sono frustrate, stanche e sofferenti, conducono vite sregolate sotto l’aspetto alimentare, del sonno, delle relazioni, del lavoro. Eppure si lamentano pretendendo cure miracolose che risolvano i loro dolori o problemi fisici.

Quando non trovo altre motivazioni e tento un collegamento, ad esempio un periodo di stress o uno stravizio ed aumento di pressione arteriosa o un mal di pancia, a volte ricevo risposte del tipo: “davvero? non ci avevo mai pensato”.

Bene, l’importante è iniziare.

Pier Luigi Masini

Apertura ambulatorio di Medicina Generale

Dal 1° marzo 2021 ho intrapreso l’attività di medico di Medicina Generale (detto anche “medico di famiglia” o “medico di base”) nel comune di Verucchio (Rimini). L’incarico è temporaneo ma a breve diventerà definitivo (seguiranno informazioni in merito).

Continuerò anche la mia attività libero professionale e la conduzione degli incontri di gruppo del percorso Obiettivo Benessere Globale, seppur con qualche limitazione dovuta al grande impegno richiesto dall’attività di assistenza primaria in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale.

CLICCA QUI PER INFORMAZIONI RELATIVE ALLA GESTIONE DELL’ATTIVITA’ DI MEDICINA GENERALE

DarsiSalute: Parole, speranza, guarigione

Sul sito www.darsipace.it è stato pubblicato un nuovo articolo di Antonietta Valentini del gruppo DarsiSalute di cui faccio parte (vedi questa pagina per sapere di cosa si tratta).

Antonietta approfondisce il rapporto tra parola e speranza, anche riprendendo i temi e i concetti dell’interessante libro di Fabrizio Benedetti dal titolo “La speranza è un farmaco”. Questo ricercatore dimostra che, nel processo di cura e di guarigione, le parole utilizzate dal medico sono importanti almeno quanto il farmaco somministrato. Questo vale anche per il contesto di cura, la relazione tra medico e paziente, nonché altri fattori psicologici e culturali.

Pare giusto quindi chiedersi: se la relazione di cura è così importante vale davvero la pena di investirci tante risorse, invece perché ci si punta così poco?

Nella mia esperienza di medico posso dire che la relazione è davvero fondamentale per l’esito delle cure stesse. Per questo è importante avere, anche nei pochi minuti che si riescono a dedicare in alcune situazioni, un atteggiamento di ascolto, positivo ed empatico. Purtroppo non sempre noi operatori sanitari crediamo in questo, e spesso siamo freddi, distaccati, o anche (più o meno esplicitamente) pessimisti nei confronti della prognosi dei pazienti, inconsapevoli che stiamo influenzando negativamente gli eventi, se non altro per quanto riguarda l’umore, la speranza e la motivazione a curarsi e cercare di superare il proprio problema di salute.

Ma a quanto pare le parole (e con esse gli atteggiamenti) assumono il peso di un potente farmaco, interagendo realmente coi processi biologici del nostro organismo, non possiamo dimenticarcelo! E questo vale per le parole in cui crediamo, quelle che diciamo a noi stessi e agli altri.

DarsiSalute: Gli ingredienti della speranza

La speranza sembra essere più nascosta ultimamente, e spesso relegata ad ambiti scientifici: i vaccini, le cure… Tornare ad essere più umani significa, invece, anche riscoprirne il senso primario.

Condivido e consiglio questo articolo molto interessante e ricco di spunti positivi di Antonietta Valentini per DarsiSalute (apri il link per scoprire di cosa si tratta) pubblicato sul sito di Darsi Pace.

DarsiSalute: Tra salute e malattia: alla ricerca di senso

E’ uscito sul sito del Movimento Darsi Pace (www.darsipace.it) un nuovo contributo del gruppo di creatività culturale DarsiSalute di cui faccio parte.

Si tratta di un dialogo registrato in videoconferenza in primavera durante il lockdown, tra Iside Fontana, Antonietta Valentini e me. I temi che trattiamo sono quelli a noi cari, e in questa occasione andiamo “alla ricerca di senso”. Il senso del dolore, del male e della malattia è una delle più grandi domande che possiamo porci.

Rimando l’ascolto e la lettura direttamente sul sito di Darsi Pace.

La malattia tra interpretazione e ricerca di senso

Molto interessante questo articolo di Antonietta Valentini del gruppo di creatività culturale DarsiSalute del movimento Darsi Pace, di cui anch’io faccio parte.

La ricerca di un senso in ciò che viviamo, e nella malattia in particolare, è un passaggio fondamentale, che purtroppo la medicina scientifica non è in grado di affrontare. Altri approcci interpretativi e curativi in buona parte lo fanno, anche se talvolta appaiono un po’ forzati e, inevitabilmente, legati ad una visione filosofica o religiosa.

Credo che la ricerca di senso sia molto più importante dell’interpretazione della malattia. Il primo fornisce una direzione generale, il secondo un possibile metodo terapeutico che comunque va inteso all’interno del primo.
Ma qual è questo “senso generale”? La salute ad ogni costo? L’efficienza della persona? Una durata della vita maggiore possibile?
Nel caso della medicina scientifica (o “evidence based”, ovvero “basata sulle prove di efficacia”) il senso è di ridurre il più possibile il danno e la sofferenza, opponendosi ai processi patologici in corso.
Noi di DarsiSalute crediamo che si possa ampliare la visuale mantenendo la scienficità e allo stesso tempo integrando ciò che non è scientificamente dimostrabile, ma che l’esperienza e il credo (personale e comune) ci dicono in merito alla nostra esistenza.

Bloccarsi totalmente in una visione scientifica senza allargare lo sguardo è un grosso limite per noi operatori sanitari, limite che si riflette anche sull’esperienza personale di malattia e di salute delle persone con cui veniamo in contatto. Non basta dire “lei ha questo e quello, quindi deve prendere questa medicina o essere sottoposta a quell’intervento”. Abbiamo la responsabilità di guardare negli occhi chi abbiamo di fronte e recepirne le domande più profonde. Questo non significa avere delle risposte, ma mettersi al fianco e cercare insieme.

Credo che l’approccio al momento presente, una continua ricerca di senso in ciò che viviamo e la cura basata sulla relazione, uniti alle migliori terapie su base scientifica, possano essere il metodo più efficace per un approccio alla persona integrato e totale.

Grazie Antonietta!

L’arte del riciclaggio interiore

Esce oggi sul sito dell’associazione Darsi Pace questo mio articolo, che invito a leggere direttamente sul sito www.darsipace.it e che fa parte del lavoro del gruppo di creatività culturale DarsiSalute.

Si tratta di una semplice e breve riflessione sulle modalità di gestione delle nostre realtà interiori: buona parte di noi stessi viene trattata come un rifiuto, qualcosa da eliminare e nascondere. Si tratta di veri e propri meccanismi di difesa, che ci portano a mascherarci distorcendo la nostra vera umanità.

Un delicato, graduale e paziente lavoro interiore, come quello proposto da Darsi Pace e che porto avanti personalmente da alcuni anni, attraverso un’opera di liberazione e rielaborazione guida verso una miglior gestione di questi “rifiuti interiori”, dai quali può nascere anche una rivalutazione della nostra interiorità. Una sorta di “arte del riciclaggio interiore”. Vi invito a commentare direttamente sul sito dove è stato pubblicato l’articolo.

Lo Stress e i Fattori che ci aiutano ad affrontarlo

silhouette photography of man illustration

In questo momento di pandemia molte persone riferiscono di sentirsi sotto stress e mostrano notevoli difficoltà nell’affrontarlo e gestirlo.

In questo articolo cerco di descrivere l’argomento in modo semplice e alla portata di tutti, riportando anche i fattori che possono aiutarci a migliorarne la gestione. Di seguito un piccolo approfondimento per i più curiosi, un po’ più complesso, ma comunque credo comprensibile anche a molti “non addetti ai lavori”.

COSA SI INTENDE PER “STRESS”

Lo stress è qualcosa a cui tutti siamo sottoposti quotidianamente, ma non è necessariamente negativo. In un certo senso, e in accordo con la visione scientifica attuale, lo stress è come una ginnastica: se la pratichiamo in modo corretto, regolare e senza eccessi, ci fa bene. Essere quindi attivi e sottoposti a compiti che siamo in grado di compiere, seppure con fatica, impegnati in relazioni anche non sempre semplici, ci fa bene e rende la nostra unità bio-psico-socio-spirituale efficiente, reattiva e realizzata.

La totale assenza di stress significa quindi monotonia e magari anche isolamento, per cui, per rimanere sull’equivalenza con l’attività fisica, corrisponde ad una totale sedentarietà.

SUPER-STRESS O NON-STRESS?

Vi sono persone che stanno molto bene sul divano per giornate intere (ma sappiamo che questo non è salutare per molti aspetti) e altre invece che se non corrono o non si allenano in palestra stanno malissimo. Questo è in relazione alla nostra personalità, alle nostre esperienze (prenatali, infantili, adolescenziali e successive) e alle nostre abitudini, ma in merito allo stress è ben noto che alcuni di noi ne hanno bisogno una discreta quantità, mentre altri tendono a non sopportarne la benché minima presenza.

Andando per eccessi, chi non vorrebbe per nulla essere stressato può tendere a chiudersi, evitando le relazioni sociali, o a non impegnarsi in compiti difficoltosi. Questo può portare ad una reazione depressiva, che favorisce anche non pochi disturbi fisici (ad esempio alcune malattie neurodegenerative, o l’obesità). Lo stesso potrebbe succedere a chi è abituato a continui stimoli che ad un tratto vengono meno.

Chi, invece, sente il bisogno di essere continuamente stimolato rischia l’eccesso: diventare iperattivi e superimpegnati può far stare malissimo, in quanto può portare a sentirci ingabbiati dalle incombenze e in ansia, contribuendo allo sviluppo di insonnia e disturbi fisici di svariato genere (ad esempio disfunzioni intestinali, diabete mellito, disturbi cardiovascolari, ecc.). Reagirà in modo simile chi fatica a sopportare lo stress quando viene messo sotto pressione.

Altri fenomeni associati ad una precaria gestione dello stress sono ad esempio disturbi della memoria, difficoltà di attenzione e labilità emotiva.

Lo stress quindi va modulato, e non annullato. Proprio come una ginnastica. Siamo in genere abbastanza in grado di affrontare i cambiamenti e le sfide della vita, ma non è detto che i nostri adattamenti non siano anche deleteri per la nostra salute. E’ importante quindi cercare di imparare a gestire meglio lo stress.

MODULARE LO STRESS

woman doing yoga meditation on brown parquet flooring

Il cervello, per tutta la vita, è dotato di una plasticità che gli consente di rispondere a stimoli che lo fanno ammalare, ma anche che lo aiutano a riprendersi.

Tra i fattori a nostra disposizione che contribuiscono efficacemente ad un miglioramento della gestione dello stress sono stati riscontrati:

1) meditazione, in particolare mindfulness (vedi le mie proposte Obiettivo Benessere Globale e Meditazione e Benessere Globale online), basta praticarla per 8 settimane per avere riscontri effettivi;

2) ascoltare musica regolarmente;

3) coltivare il senso dell’umorismo, ridere;

4) favorire l’eubiosi intestinale, ovvero la presenza di batteri che facilitano un corretto funzionamento intestinale e del sistema immunitario;

4) dieta adeguata;

5) attività fisica regolare e adeguata (non troppo intensa);

6) coltivare amicizie e buoni rapporti sociali;

7) studiare argomenti di interesse e fare esercizio mentale (non eccessivo);

8) passare del tempo in ambienti tranquilli e all’aperto, come corse o passeggiate al parco e nei boschi.

Tutto questo significa assicurarci dei momenti che ci diano la possibilità di prenderci cura di noi stessi, di coccolarci e di farci del bene.

Se non ci riesci a farlo da solo puoi valutare i percorsi che propongo.


UN APPROFONDIMENTO

Ormai 50 anni fa sono stati scoperti recettori per glucocorticoidi (ormoni rilasciati dalla corteccia surrenalica sotto stimolo dell’asse ipotalamo-ipofisario) nell’ippocampo, una struttura cerebrale impegnata nella regolazione emotiva, nella memoria e nell’apprendimento. È quindi ben compreso come non vi sia solo un circuito discendente, ovvero dal cervello al surrene, e nemmeno solamente un circuito di feedback negativo, ma una precisa risposta del cervello stesso al cosiddetto “ormone dello stress” (il glucocorticoide cortisolo, anche se in realtà nel cervello si trovano anche recettori per mineralcorticoidi, altri ormoni surrenalici). Questa risposta si può configurare come modulazione epigenetica dell’attività neuronale, formazione o destrutturazione di sinapsi e variazione del numero di dendriti.

Uno stress accettabile porta ad una reazione di adattamento, in sé positiva: miglioramento del metabolismo cerebrale e corporeo, aumento delle sinapsi e dei dendriti, ingrandimento di aree deputate alla memoria e alla gestione delle sfide (come amigdala, ippocampo, corteccia prefrontale mediale). Uno stress eccessivo e cronico porta invece ad un meccanismo di difesa delle stesse strutture cerebrali, altamente sensibili ai glucocorticoidi, con conseguente riduzione dei neuroni e delle loro connessioni, fatto rilevabile anche con risonanza magnetica.

Sono stati riscontrati fattori neuroprotettivi provenienti da diversi organi e apparati dell’organismo, in relazione agli stimoli che questi ricevono. Ad esempio sono protettivi nei confronti della gestione delle emozioni e dello stress insulina (dal pancreas), IGF-1 (dal fegato), catepsina B (dai muscoli), osteocalcina (dall’osso). Questo, in parte, spiega il miglioramento della sensibilità allo stress e della gestione emotiva in seguito ad attività fisica o modifiche dietetiche.

Gli effetti dei glucocorticoidi possono essere espressi con un grafico ad U rovesciata: sono i livelli intermedi a dare le risposte migliori a livello neurale, influenzando positivamente, ad esempio, la nostra capacità di imparare, memorizzare, affrontare eventi stressanti. Livelli troppo bassi o eccessivi possono invece portare a gravi problemi comportamentali, adattativi (plasticità neuronale), emotivi ed affettivi, fino a sindromi psichiatriche vere e proprie come disturbo bipolare, depressione maggiore, disturbo post-traumatico da stress, disturbi di panico.

FATTORI INFLUENTI SULLO STRESS E SULLA SUA GESTIONE

Vi sono fattori fisici particolarmente influenti su tutto questo. Possono creare difficoltà ad esempio la sindrome metabolica, l’insulino-resistenza, ritmi circadiani alterati, disturbi del sonno, vita troppo sedentaria.

L’ambiente socioculturale, le condizioni economiche e le esperienze di vita hanno un grande peso sulla gestione dello stress e sulla salute generale delle persone. Povertà, abusi infantili, avversità ed abbandono nell’infanzia, sono fattori fortemente predisponenti a diabete mellito, depressione, malattie cardiovascolari, abuso di sostanze, demenza senile.

L’impatto generale delle esperienze di vita in questo senso viene definito come “carico allostatico”, in riferimento al peso di eventi e condizioni stressanti, situazioni sociali, economiche e culturali. L’affrontabilità di questo carico da parte dell’individuo, in relazione alla sua predisposizione genetica e alle possibilità personali sviluppate, potrà determinare una risposta più o meno adattiva o patologica, con conseguenze comportamentali, di salute corporea e adattamento sociale.


Fonti:

– Thomson H., Don’t stress: The scientific secrets of people who keep cool heads, New Scientist, 19 Feb 2020

– McEwen B. S. e Akil H., Revisiting the Stress Concept: Implications for Affective Disorders, The Journal of Neuroscience, Jan 2, 2020, 40(1):12-21

– Immagini da unsplash.com

Virus biologici, virus mentali

Senza nulla togliere all’importanza della pandemia attuale, all’importanza di restare a casa ed utilizzare tutte le precauzioni che ormai conosciamo benissimo, ci sono aspetti interiori che non sempre consideriamo e che ci fanno stare male, probabilmente ponendoci anche ad un rischio maggiore di infettarci! Per questo sto proponendo a chi lo desidera di incontrarci online per lavorare insieme su corpo, mente e spirito.

Tutte le informazioni e il video integrale del primo incontro alla pagina: http://www.pierluigimasini.it/meditazione-e-benessere-glob…/

Il medico in crisi

Condivido l’articolo di Iside Fontana di DarsiSalute, pubblicato recentemente sul sito Darsi Pace. Continua la sua esposizione relativa alla proposta di Ivan Cavicchi per gli “Stati Generali della Medicina”.

Di seguito un mio commento all’articolo.

In effetti il titolo potrebbe far pensare che sia solo il medico ad essere in crisi! Ovviamente sappiamo bene che non è così, e la crisi del medico (e della medicina) fa parte della grade crisi umana che stiamo vivendo. All’interno di tal contesto non poteva che essere questa l’evoluzione della medicina: spaventata, chiusa nei suoi schemi razionali, difesa, in una parola… alienata.
Ci sono tanti piccoli segni di speranza che ci fanno sperare in un’evoluzione di questo importante ambito umano: il documento di Cavicchi citato nell’articolo ne è un’esempio, ma lo sono tutte le persone che lavorano su di sé e cercano nella relazione le risposte più vere, anche quando si tratta di problemi apparentemente solo “fisici”.
Spesso si cerca nel medico le risposte che non ha, si pretende che abbia una visione che non può avere perché è figlio di questa umanità ferita. Viene criticato perché non ha altro che risposte razionali e apparentemente semplicistiche. Medico e paziente diventano due fazioni opposte, ridotti in profonde trincee, pronti a sparare.
Credo, invece, sia necessario imparare a cercare insieme, cercare e creare senso in quello che viviamo, anche nella malattia o nella paura di ammalarci. Diventare partecipi di un’unico percorso, condividendone le speranze e le difficoltà. Allearsi da fratelli che lavorano nello stesso campo e si cibano dello stesso raccolto.
Camminando insieme verranno anche risposte più consone alla nostra necessità di realizzare una umanità nuova.

Gli Stati Generali della Professione Medica

I medici hanno capito che è il momento di cambiare rotta (e medicina…), il 2019 è stato l’anno degli “Stati Generali della Professione Medica”. In questo articolo pubblicato oggi su Darsi Pace Iside Fontana inizia ad analizzare il documento proposto dal sociologo Ivan Cavicchi e le sue “100 tesi”.
Seguiranno altri articoli di approfondimento.

Per chi volesse scaricare il documento citato nell’articolo questo è il link.

Cantare migliora la salute!

E’ noto a tutti come il canto possa farci sentire meglio e rispondere al nostro bisogno di espressione e comunicazione, ma abbiamo le prove che tutto questo si traduce anche in un vero e proprio miglioramento della salute psicofisica.

Il canto, infatti, modula l’umore, lo stress e i loro mediatori (cortisolo, citochine e attività dei neuropeptidi) nei malati di cancro e in chi si prende cura di loro. Migliora inoltre l’attività del sistema immunitario, fondamentale in tutti i processi di malattia e di guarigione.

Tutto questo è stato dimostrato da uno studio apparso su “ecancer” in cui sono state studiate persone appartenenti a gruppi corali. Il lavoro, a cura di Daisy Fancourt e colleghi, è apparso sulla rivista nel 2016 col titolo “Singing modulates mood, stress, cortisol, cytokine and neuropeptide activity in cancer patients and carers” ed è disponibile in testo integrale a questo link.

Il canto può essere solitario, ma è anche un’attività in grado di farci socializzare creando amicizia e interazione con altre persone che nutrono la stessa passione, portando con sé quindi anche un grande valore sociale.

In conclusione cantare è un’attività che porta verso il benessere globale della persona e può fare anche parte di una vera e propria terapia in caso di problemi di salute.

Quando la speranza supera la malattia… e salva la vita

In questo video Stefano Vitali, riminese, padre di una casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, ex presidente della Provincia e assessore comunale di Rimini, racconta la sua profonda esperienza di vita. A 40 anni gli venne diagnosticata una grave patologia tumorale. La sua esistenza, proprio sul più bello, sembrava stesse finendo. Una straordinaria speranza, nata dal profondo del suo cuore, sembra abbia stravolto il corso degli eventi.

Trovo che uno degli elementi più significativi di questa storia non sia tanto la guarigione di Stefano, già di per sé miracolosa, ma il fatto che sia stato possibile trasformare e guarire la sua interiorità grazie alla malattia stessa.

Un insegnamento per tutti.

Sani & Salvi – Il video

Sul sito di Darsi Pace (www.darsipace.it) è stata pubblicata la registrazione dell’incontro che ho tenuto a Forlì il 20 ottobre con Antonietta Valentini. Vedere e pensare salute e malattia in modo nuovo e oltre la superficialità è una grande sfida, ma si può fare!

Vai alla pagina dell’evento: http://www.pierluigimasini.it/2019/10/21/sani-salvi-la-salute-oltre-il-benessere-ascoltare-il-desiderio-di-vita-20-10-2019-forli/

Sani & Salvi – La salute oltre il benessere: ascoltare il desiderio di vita (20/10/2019 – Forlì)

Domenica 20 ottobre 2019 ho tenuto, insieme ad Antonietta Valentini, questo incontro presso il “Centro per la Pace Annalena Tonelli” di Forlì.

L’evento è stato organizzato dal gruppo di creatività culturale DarsiSalute che fa capo al movimento Darsi Pace (www.darsipace.it).

In questa conversazione abbiamo avuto modo di affrontare i temi della salute, del benessere, della malattia e della cura in modo un po’ più ampio di quanto si fa solitamente, includendo aspetti come la spiritualità e le connessioni tra le varie aree coinvolte della persona.

L’impressione che ho avuto da questo evento è che sia stato davvero un incontro. Prima di tutto con la carissima Antonietta Valentini, con la quale ho sentito una forte sintonia e un senso di reciproco completamento nel dialogo che si è creato. Poi l’incontro con il pubblico, che silenziosamente, ma attentamente, ha seguito il racconto, l’esposizione e la pratica meditativa dimostrandolo con la numerosa partecipazione e il coinvolgente affetto espresso al termine della serata.
Mi sento molto grato per questa possibilità e per l’esito che ha avuto!

Prossimamente sarà disponibile la registrazione dell’incontro.

Ciò che viviamo influenza la nostra salute: evolvere le coscienze per migliorare salute e benessere (Video)

Video tratto dal primo incontro 2019-2020 del progetto Obiettivo Benessere Globale, laboratorio di crescita personale con pratiche meditative e corporee condotto dal dott. Pier Luigi Masini.

Video tratto dal primo incontro 2019-2020 di Obiettivo Benessere Globale

Alcuni argomenti trattati:
1) Il periodo storico che viviamo richiede di lasciare vecchi modelli e intraprendere strade nuove.
2) Il modo in cui viviamo (stile di vita) e pensiamo influenza notevolmente la nostra salute e influisce sulla maggior parte delle malattie. Perché ci ammaliamo?
3) Ansia e depressione sono il flagello dell’umanità moderna. Quali possono essere le cause?
4) E’ necessario un cambio di prospettiva per iniziare ad evolvere la nostra coscienza in senso globale.
5) Proposta esperienziale di lavoro su di sé a partire dal corpo e dalla nostra consapevolezza attraverso pratiche meditative e corporee.

Incontro tenutosi a Villa Verucchio (Rimini) il 26/09/2019.

Per approfondire: Presentazione del progetto Obiettivo Benessere Globale

Salute e ricerca interiore

La ricerca interiore può avere effetti sulla salute? Si tratta di una domanda che molti di noi si pongono quotidianamente.

Credo che la salute sia strettamente correlata a chi siamo e come stiamo interiormente. Per questo non posso fare a meno di pensare che, nella via del benessere (cioè dello “stare bene” in ogni senso), sia necessaria anche una ricerca che vada alle radici della nostra esistenza.

Padre Thomas Keating era un monaco benedettino, grande maestro di meditazione e preghiera contemplativa, morto nel 2018, e in uno dei suoi incontri con il Dalai Lama in cui venivano discussi temi riguardanti la meditazione, la contemplazione e la salute, ha affermato che secondo lui la correlazione è ovvia:

La salute umana è una relazione con la realtà ultima, perché la fonte del nostro essere ci sostiene anche, sempre. Ovviamente, vivere in accordo con la nostra natura interiore genererà salute.

padre Thomas Keating in un dialogo col Dalai Lama (2005). Fonte: La Meditazione come Medicina, Dalai Lama, J. Kabat-Zinn, R. J. Davidson, RCS 2019, pag. 95
Padre Keating col Dalai Lama

La fiducia che “la fonte del nostro essere” ci possa sostenere sempre, cioè non ci abbandoni mai, si può chiamare anche fede.

Gli incontri tra padre Keating e il Dalai Lama ci ricordano che questo concetto appartiene a tutte le forme di credo e pertanto specifica e identificativa della realtà umana.

Quando ce ne dimentichiamo, e ci concentriamo sul nostro “fare” quotidiano, in realtà stiamo dimenticando noi stessi. Allora prima o poi anche il corpo ce lo ricorderà con qualche tipo di dolore o sofferenza. Fermandoci a questo la sensazione sarà di avere, e di essere, un corpo inadeguato e malato.

La salvezza starà nel tonare a noi stessi, all’ascolto e alla ricerca di quella fonte, dimenticando il fare e tornando all’essere, abbandonandosi finalmente alla Vita, a Dio, nel rilassamento interiore che deriva dalla fede.

Solo in Dio riposa l’anima mia:
da lui la mia salvezza.

Salmo 62

Esistono diverse modalità per far questo, basate sull’esperienza, sul credo e sulla cultura. E’ ormai evidente che la meditazione è una pratica che predispone in modo efficace a questo atteggiamento.

Personalmente trovo la pratica meditativa un ottimo punto di partenza per la ricerca interiore. Ci permette di rilassarci, non solo rimanendo vigili, ma anche aumentando la nostra consapevolezza del momento attuale e di noi stessi. Durante la pratica si allentano i pensieri e si intraprende un ascolto, che può diventare molto profondo. Il silenzio diventa maestro.

Niente descrive bene Dio come il silenzio.

Meister Eckhart

A quel punto il fare diventa superfluo, e l’essere progressivamente si fa più presente, in un’esperienza di appartenenza a qualcosa di più grande di noi. Il senso di pace si fa reale, la compassione e la serenità che scopriamo in quella dimensione portano spesso a chiedere: “chi sono?”, “cos’è questa coscienza che va oltre il mio corpo?”, “cos’è questo universo, questa vita, questo grande corpo, di cui mi sento parte?”, “da dove viene questa sensazione di essere amato e di amare tutto ciò che fa parte della vita?”, e così via. La ricerca interiore così rinasce da domande che sorgono spontaneamente, in un’esperienza viva del tutto personale.

L’anima si è un pochino liberata e abbiamo allentato i legami con le cose di questo mondo, in un certo senso “impoverendoci”, un po’ come s. Francesco, il poverello di Assisi, che nell’incontro con Dio ha lasciato (lui davvero!) ogni attaccamento alle cose materiali.

Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.

Vangelo di Matteo 5, 3

La maggior parte di noi, in giovinezza, ha vissuto questi aspetti come concetti calati dall’alto, quindi dai genitori, dal catechismo e dalla pratica religiosa, andando spesso incontro a ribellione e rigetto. Questo probabilmente perché non sentivamo nostre quelle domande, e quindi non potevamo capire le risposte, oppure queste ultime non erano davvero portate ad un livello di vita reale, nemmeno da chi ce le proponeva.

Inoltre abbiamo subito per molti secoli una immagine di Dio alterata, che ha portato a negarlo con forza nella nostra cultura:

“Contro questa immagine oppressiva di un Dio che punisce con crudeltà estrema, di un Dio perverso […] che schiaccia l’uomo , e sta sempre lì nel cielo col dito puntato contro di noi per additare ogni nostro errore e punirlo in modo implacabile […] si è sviluppata in Europa, specialmente negli ultimi due secoli, una ateologia radicale, una profonda negazione di Dio”.

Marco Guzzi, Yoga e preghiera cristiana, ed. Paoline, 2009

Le domande spontanee, che sin da bambini abbiamo posto agli adulti, difficilmente trovavano risposte credibili e concrete, che spesso venivano pure confutate da ciò che si studiava a scuola (ad esempio in storia o in scienze). Mia figlia di 7 anni, per esempio, solo negli ultimi giorni mi ha posto domande come: “perché Dio ci ha creato?”, “chi ha creato Dio?”, “perché moriamo?”. Ovviamente ho cercato di instaurare con lei un dialogo, portando ciò in cui credo, ma allo stesso tempo stimolando la sua curiosità. Quello che mi è sembrato più importante per lei è stato il sentire che io quelle risposte le ho dentro, anche se ammettevo l’enorme mistero che celano. Altro è parlare con il mio figlio maggiore di quasi 12 anni! Per lui è importante ragionare e sentire che può comprendere, che può e deve usare il proprio cuore e la propria mente per raggiungere le vette della profondità interiore. Nel frattempo sa che può contare su di me come colonna sicura sulla quale appoggiarsi, colonna che prima o poi distruggerà per innalzare la propria.

Soprattutto oggi è necessaria un’esperienza molto personale di fede e di ricerca. Lo è sempre stato, ma la nostra epoca ha messo in crisi tutte le religioni e le culture e c’è bisogno di un salto di qualità. Le giovani generazioni, come dice Marco Guzzi, hanno una “radicalità naturale”, che le porta a mettere in discussione qualsiasi concetto per poter andare alla radice delle cose. Aspetto che va sicuramente sostenuto e curato da noi adulti.

Non possiamo quindi più accontentarci di quanto ci viene proposto da voci esterne, anche se la predicazione, la Parola tramandata, e l’annuncio restano pietre fondanti del percorso, senza le quali nessuno sarebbe in grado di raggiungere certi processi, conoscenze, o stati interiori.

Possiamo prenderci cura gli uni degli altri, chi ha più esperienza è guida e aiuto, ma la vera guarigione deve avvenire nel cuore di ognuno, non può essere portata dall’esterno. Si tratta quindi di un percorso che non è fattibile da soli, ma che allo stesso tempo richiede un lavoro personale.

Con la meditazione che diventa anche contemplazione, e se vogliamo preghiera, tutto il nostro essere si predispone alla guarigione. E’ ben dimostrato che praticare la meditazione, la contemplazione e la preghiera, porta a dei benefici psichici e fisici. Ad esempio si riscontra una riduzione dell’ansia e della depressione (entrambe molto diffuse nella popolazione), migliora la tolleranza a ciò che provoca stress, migliorano alcune malattie croniche e sono più efficaci le terapie.

La ricerca interiore è quindi, oltre che un gesto d’amore verso noi stessi e un cammino verso la Verità, un vero e proprio atto di salute.


Per approfondire vedi anche altri articoli di questo sito, ad esempio:

Ripensare la Medicina partendo dalla Salute

Abbiamo considerato per troppo tempo la salute come antitesi della malattia e ci siamo quindi concentrati sulla distruzione del male, considerandolo come qualcosa che non appartiene alla persona, pensando di ottenere così il bene. Ma la salute non è l’opposto della malattia e questa non è “altro” dalla persona che ne è affetta.

Il positivismo è il paradigma su cui si basa la nostra attuale impostazione medica, esso considera il negativo (la malattia) come qualcosa da eliminare per ottenere il positivo (la salute). Considera quindi il positivo come negazione del negativo.
Il concetto assomiglia molto a certe “missioni di pace” militari, in cui per ottenere la pace in una determinata area geografica afflitta dalla guerra, si agisce con armi ancora più potenti ed eserciti ancora più agguerriti. Il risultato è devastante: possiamo dire davvero di aver raggiunto la pace? Era quella la pace che cercavamo?

C’è un forte bisogno di cambio di visuale. La salute deve diventare lo scopo, deve essere perseguita come obiettivo a se stante. Sono necessari interventi a livello culturale perché tutti possano conoscere e mettere in pratica ciò che conosciamo per vivere meglio e in salute.

E quando c’è la malattia? Ovviamente va curata con tutti i mezzi a disposizione. Ma non va mai dimenticato che curare una persona significa andare ben oltre l’agire sulla sua parte malata.

Può bastare qualche piccolo aggiustamento? Direi proprio di no, come afferma il filosofo Luigi Vero Tarca dell’Università Ca’ Foscari di Venezia in un articolo centrato proprio su questo tema:

“il superamento dell’attuale paradigma scientifico richiede ben più che un piccolo e limitato aggiustamento epistemologico, esso esige piuttosto un riassestamento di tutta la concezione del medico all’interno di un ripensamento radicale dell’esperienza umana nel suo complesso”.

Va quindi ripensato tutto il sistema, che è palesemente in crisi, ma lo diceva già George L. Engel nel 1977 quando proponeva il modello BioPsicoSociale.

Che il sistema sia in crisi lo dimostra il fatto che ricoveriamo spesso nei nostri ospedali persone giovani e potenzialmente sane per gravi problematiche ampiamente prevenibili, come quelle dovute a sovraccarico lavorativo e di stress, ad una alimentazione scorrettissima, all’abuso di sostanze ed alcol, al fumo di sigaretta, e così via.
Lo dimostrano i continui ricoveri e dimissioni dei nostri poveri anziani, ogni volta più provati e debilitati, fino alla morte per esaurimento di materia vitale.
Lo dimostrano le continue richieste dei malati cronici, delle persone con malattie non ben definite e non riconosciute, mai completamente soddisfatti di ciò che abbiamo loro da dare.
Lo dimostrano le stanze asettiche e i pallidi corridoi dei nostri ospedali.
Lo dimostrano le lamentele di pazienti che non sono stati ascoltati, compresi ed aiutati in modo completo o corretto.

Se noi medici continuiamo a vedere la persona come una macchina da aggiustare, seppur nei limiti imposti dalla Natura, non facciamo nulla per migliorare questo problema, ma ne tamponiamo solamente gli effetti, probabilmente favorendolo.

C’è bisogno di dare nuovi stimoli alla cultura, alla politica e alla ricerca scientifica e interiore perché possiamo diventare prima di tutto promotori della salute, poi resteremo sempre anche i “riparatori dei guasti”, ma con un’ottica completamente riassettata, pulita, focalizzata e centrata sul bersaglio corretto.

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La società della stanchezza


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Molti di noi si sentono spesso affaticati oltre il dovuto. Una stanchezza che può essere sia mentale che fisica, anche se il nostro lavoro è soprattutto di tipo intellettuale. Molti di noi non spostano più, come un tempo, carichi pesanti e non fanno chilometri e chilometri a piedi per andare a lavorare. Eppure siamo stanchi, troppo stanchi. Un’epidemia di stanchezza!

La stanchezza cronica è spesso associata a malessere generale, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione e memoria, umore depresso, dolori articolari o muscolari, sistema immunitario debole o infiammazione cronica, cefalea, ecc. Le persone affette da questo problema vedono i loro sintomi alternarsi a periodi di miglioramento, ma senza che si verifichi mai una risoluzione completa e duratura. Spesso hanno effettuato già molti accertamenti, i quali si sono verificati nella norma o con risultati non ben correlabili ai loro disturbi.

I motivi di questo affaticamento ritengo siano molteplici. Come ben sa chi mi conosce, credo fermamente che non vi sia distinzione tra corpo, mente e spirito. Ecco perché non si può considerare una stanchezza, fosse anche soprattutto o solamente fisica, solo dal punto di vista organico. Insomma, non ci fermeremo a qualche esame di laboratorio o alla misurazione della pressione arteriosa. Abbiamo bisogno di considerare tutta la nostra esistenza, il nostro modo di relazionarci col quotidiano, col prossimo e con noi stessi.

In una condizione di stanchezza cronica senza causa apparente (quindi senza sintomi specifici ne accertamenti già risolutivi per qualche condizione particolare) si possono prendere in considerazione gli spunti che trovate di seguito, sapendo che nessuno (di solito) è sufficiente e tutti sono connessi tra loro. In ogni caso qui troverete solo indicazioni generali, che non possono sostituire la visita e il consulto medico, dai quali pervengono altre informazioni che qui non è possibile descrivere.

Non è ovviamente possibile essere esaustivi su tutti i punti indicati, ma in alcuni trovate dei link ad altre pagine di questo sito per approfondire. Ho intenzione di approfondire alcuni degli aspetti in altri articoli di cui poi riporterò i link in questa pagina.

INDAGARE GLI ASPETTI ORGANICI

Partiamo comunque dal nostro corpo. E’ bene valutare se siamo in una condizione di sufficiente equilibrio, oppure se abbiamo superato un punto di rottura.

Dobbiamo prendere in considerazione in prima battuta (anche se in modo inizialmente semplificato):

  • Alimentazione. Fondamentale nutrirsi in modo adeguato, ovvero avere nutrienti ed energia secondo i nostri bisogni fisiologici, scegliendo materie prime di qualità ed associazioni alimentari adeguate. Vedi gli articoli con TAG “alimentazione”.
  • Idratazione. Deve essere sufficiente, in modo da mantenere la giusta quantità di acqua nel corpo utilizzando quella necessaria alla sua depurazione e al mantenimento della temperatura corporea (sudorazione). Anche il tipo di acqua assunta è importante, perché fornisce minerali e può essere più o meno inquinata.
  • Riposo. Il sonno deve essere sufficiente e di buona qualità.
  • Inquinanti. L’esposizione ad agenti inquinanti richiede un grosso lavoro di detossificazione dell’organismo ed influisce sulle sue attività metaboliche e funzionali. A lungo termine alcuni elementi possono anche determinare vere e proprie malattie.
  • Pressione arteriosa e altri parametri vitali. Sono semplici segni, pertanto non possono essere disgiunti dal resto, ma lo rispecchiano.
  • Esami di laboratorio. Possono rivelare disfunzioni della tiroide, presenza di anemia, alterazione degli elettroliti ematici, alterazioni epatiche o della funzione renale, ipo- o iperglicemia a digiuno, dislipidemie, modificazioni di urine e feci.
  • Funzionalità cardiaca, polmonare, intestinale. Una valutazione di questi organi e degli apparati  di cui fanno parte (inizialmente semplice) può mostrare alterazioni da indagare meglio.
  • Esercizio fisico, postura e funzionamento dell’apparato muscolo-scheletrico. Mantenere il corpo in movimento senza eccessi è essenziale per un buon tono generale fisico e mentale. Perché questo possa avvenire, oltre ad un impegno costante, è necessario valutare che non vi siano impedimenti funzionali, ed eventualmente trovare soluzioni adatte alle proprie condizioni particolari (ce ne sono sempre!).
  • Nella donna: ciclo mestruale, eventuale stato di gravidanza, o menopausa.
  • Altro che potrebbe evidenziarsi durante visita medica.

A questa prima valutazione ne vanno poi eventualmente integrate altre in base ai risultati ottenuti. Ad esempio studio dei  sistemi immunitario ed endocrino (di quest’ultimo fa parte la funzione tiroidea, da indagare al primo livello), approfondimenti cardiologici, gastrointestinali, di laboratorio, ecc.

CONSIDERARE GLI ASPETTI MENTALI E PSICOSOMATICI

Il nostro modo di pensare, di percepire il mondo e di reagire a ciò che ci succede incide molto sul nostro funzionamento generale. Bruciamo tante energie in modo sconsiderato, ma senza rendercene conto, e le conseguenze sono difficoltà di concentrazione, umore depresso, stanchezza mentale e fisica.

Alcuni spunti da considerare inizialmente:

  • Imparare a percepire le tensioni corporee. I muscoli possono avere tensioni più o meno continue (ad es. nelle spalle, nel collo, nel volto, ecc.). Nelle parti interne si possono percepire tensioni (ad es. nel petto, nella pancia, negli occhi, nella gola, ecc.). Queste tensioni corrispondono ai nostri vissuti interiori (emozioni, difese), ma non è detto che ad essi possiamo collegarli così facilmente. Vedi anche: Blocchi psicosomatici.
  • Conoscere i propri meccanismi difensivi. Ognuno di noi ha delle modalità difensive presenti in modo continuo o che si attivano in particolari situazioni. Ad esempio qualcuno è in continua tensione e può diventare aggressivo, qualcun altro eccessivamente anergico e si chiude nel silenzio e nella sottomissione. In ogni caso sono reazioni molto potenti, che richiedono grandi energie fino a depauperarle. Realizzare che abbiamo questi meccanismi e quali sono è un punto di partenza per iniziare a conoscerli e comprenderli, ed infine a togliere loro forza. Non è un percorso breve e tantomeno automatico, ed è bene avere un supporto e un confronto.
  • Sviluppare la consapevolezza di Sé. Questo significa conoscersi meglio, concedersi di lasciare andare le tensioni e le difese, armonizzando così l’attività cerebrale e corporea con la nostra interiorità spirituale più profonda. Nella pratica meditativa si sviluppa gradualmente un’accettazione di ciò che c’è in quel momento, attitudine fondamentale per la crescita interiore ed il benessere generale della persona. Allo stesso tempo ci si concede di rallentare quel ritmo frenetico a cui siamo abituati al giorno d’oggi, sensibilizzandoci a ciò che normalmente non possiamo sentire. Vedi anche: Praticare la consapevolezza (mindfulness) per un benessere globale.
  • Limitare l’utilizzo di apparecchiature elettroniche come PC, tablet, smartphone, TV, videogiochi, ecc. Tutti questi dispositivi utilizzano molte energie mentali e tendono ad irritare il sistema nervoso. Inoltre perdiamo facilmente la consapevolezza del momento presente, fondamentale per il nostro benessere, perché ci proiettano passivamente in dimensioni virtuali.
  • Riconoscere la difficoltà di “non fare” e concedersi momenti di pausa e svago da soli o con i nostri affetti. Spesso siamo presi da mille attività diverse, passiamo da una all’altra in modo frenetico e confuso. Non riusciamo a concederci momenti di vero “stacco”, perché siamo bombardati da sms, mail, tv, lavoro, diventando estranei a noi stessi e a coloro che ci sono più vicini. Proviamo a considerare la stanchezza come richiesta esplicita di un ritorno a noi e alle nostre necessità più umane, naturali e reali.
  • Riconoscere che abbiamo necessità di modificare qualcosa nella nostra vita in modo da concederci di essere ciò che siamo. Prova a rispondere a queste domande: Come sono io? Quali sono i miei desideri più profondi? Dove mi sento forzato, costretto, e lontano dal mio essere più vero? Ti consiglio di scrivere le risposte.
  • Considerare il proprio stato emotivo di fondo. Quando la stanchezza eccessiva è associata ad un umore fortemente depresso, alla mancanza di energie interiori e di voglia di fare, all’evitamento delle relazioni, e all’impossibilità di provare piacere nel fare qualsiasi cosa, allora è bene parlarne col proprio medico e farsi aiutare.

 

CONCLUSIONI

Questo percorso non può che essere molto graduale, senza forzature che creerebbero solo nuove tensioni e ulteriori difficoltà. E’ opportuno confrontarsi, avere supporto, e in alcuni momenti anche una vera e propria guida.

Se tutto questo ti sembra eccessivo inizia dal punto che riconosci meglio possa fare al caso tuo e sperimentalo. Se, al contrario alcune cose ti appaiono come scontate, non farci caso e passa alle altre!

La stanchezza cronica quindi richiama la persona ad un’attenzione maggiore verso se stessa. Questo significa cercare nuovi modi per volersi bene nel modo di nutrirsi, impegnarsi e pensarsi. Non esiste una medicina o un singolo trattamento per la stanchezza, la valutazione deve essere ampia in modo che possa evidenziare i punti più importanti sui quali cominciare a lavorare.

Quando la memoria fa cilecca


Molte persone lamentano disturbi della memoria che interferiscono in modo più o meno importante nella loro vita quotidiana. Dimenticanze di vario tipo, come perdere un’appuntamento o non ricordare dove è stato lasciato qualcosa, mettono in luce un lieve disturbo della memoria, che può avere caratteristiche del tutto transitorie.

C’è da dire che può capitare a tutti, di tanto in tanto, di dimenticare qualcosa, soprattutto quando siamo stanchi o troppo presi da qualche attività, per cui non è assolutamente preoccupante se avviene sporadicamente e non influenza più di tanto la vita quotidiana.
Di solito non si tratta dimenticanze molto gravi e nemmeno troppo frequenti, per cui ci si rassegna e non si chiede nemmeno aiuto. Infatti spesso questa domanda è secondaria, cioè la persona si è rivolta a me per altri motivi. Questo evidenzia anche una scarsa fiducia nella possibilità di migliorare le proprie capacità mnemoniche.
Tipicamente chi soffre di «dimenticanze» ha la sensazione di avere la testa piena di problemi, cose da fare, impegni, pensieri. In altri casi la persona vive poco in contatto con ciò che la circonda, sembra che abbia la testa fra le nuvole, e magari non ha nemmeno tanti impegni da seguire. Quello che può accomunare questi due apparenti estremi è la scarsa concentrazione.

Quando preoccuparsi seriamente

In alcuni casi i disturbi sono pesanti e mettono in grave difficoltà la persona e chi le sta vicino, situazioni che richiedono sempre un’attenta valutazione specialistica.
Attenzione particolare va dedicata anche alle forme che insorgono acutamente o si aggravano in tempi piuttosto rapidi. Talvolta sono i parenti a riferire questo disturbo, mentre l’interessato sottostima (o addirittura nega) il problema, risultandone del tutto inconsapevole. È importante tener conto seriamente di disturbi della memoria legati ad altre alterazioni della salute psicofisica della persona. Un disturbo della memoria di questo tipo va immediatamente riferito al medico, il quale procederà con testistiche appropriate o invierà a consulenza specialistica.
È inoltre essenziale distinguere almeno tra memoria a breve termine, ovvero quella che riguarda l’immagazzinamento temporaneo di informazioni, e memoria a lungo termine, quella che ci consente di ricordare fatti, persone, luoghi, e molto altro dal nostro vissuto passato. In genere il disturbo più frequente riguarda la memoria a breve termine, ad esempio non memorizziamo un nome o un numero enunciato poco prima, magari dimentichiamo dove abbiamo messo le chiavi, o dove abbiamo parcheggiato la macchina.

Un disturbo ben più grave è senz’altro quello legato alla perdita di memoria riguardante ricordi ben fissati precedentemente (memoria episodica), oppure in alterazioni della capacità di dare un nome alle cose o riconoscere persone e luoghi (memoria semantica), oppure ancora perdita della capacità di eseguire compiti precedentemente ben conosciuti (memoria procedurale).

Il «centro» della memoria

La memoria non ha un vero e proprio luogo nel cervello, è sempre più chiaro che quest’ultimo lavora in maniera unitaria e probabilmente olografica, ovvero una certa informazione è contenuta allo stesso momento in più aree (non solo cerebrali, ma anche corporee), ma con diversi livelli di dettaglio. Un ricordo, quindi, è dato da uno «stato» del sistema nervoso, e non è localizzato in un punto preciso al suo interno. Il cervello ha, comunque, nelle sue varie regioni anche funzioni specifiche, ma queste interagiscono sempre ampiamente tra loro.
L’ippocampo è una regione cerebrale centrale per la funzionalità della memoria, ha inoltre un ruolo fondamentale nell’equilibrio emotivo (fa parte del sistema limbico) e nella risposta agli stimoli stressogeni cui siamo sottoposti continuamente. Il suo sviluppo è determinato in buona parte dalle cure genitoriali, ovvero dal modo in cui i genitori si relazionano col bambino. Cure materne più amorevoli e supportive nel periodo di vita prescolare del bambino portano ad uno sviluppo superiore di quest’area, contribuendo quindi anche ad un miglior equilibrio emotivo [1]. Situazioni di stress cronico, in seguito all’aumento del cortisolo (detto anche «ormone dello stress») che blocca la capacità dei suoi neuroni di assumere glucosio, invece portano ad una riduzione della funzionalità e del volume dell’ippocampo anche nell’adulto.
L’ippocampo è proprio inserito nel circuito di regolazione del cortisolo: in una situazione di stress cronico riduce la sua capacità di regolarlo, portando a risposte meno efficaci dell’organismo (il cortisolo resta elevato per più tempo) [2]. Tutto questo è alla base di problemi di memoria che lamentano tante persone, giovani e adulte.
Bisogna ricordare che lo stress cronico porta anche ad alterazioni del sistema immunitario, a depressione, a situazioni di infiammazione e ad una rigenerazione cellulare ridotta. Tutti questi aspetti, insieme, conducono ad una salute precaria, predisponendo a malattie acute e croniche.

Cervelli in forma

Parlando dell’ippocampo abbiamo messo in luce collegamenti tra memoria, vita sociale, emozioni e stress.
Il nostro cervello ha bisogno di continui stimoli per mantenersi in forma, quindi anche una vita povera di relazioni sociali, attività e impegni, può portare ad una progressiva riduzione dell’attività cognitiva, come può accadere nelle persone anziane, emarginate, o portatrici di malattie debilitanti.
È facile rendersi conto di come alcune informazioni restino impresse nella nostra mente in maniera indelebile, mentre altre tendano a scivolare immediatamente senza essere nemmeno trattenute per pochi istanti. Da cosa dipende tutto questo? Importanza fondamentale è data dallo stato mentale in cui ci troviamo in quel momento e dalla valenza emotiva dell’informazione stessa.
Uno «stato di presenza» consapevole (mindfulness) favorisce l’attenzione e la memorizzazione. Non mi dilungherò su questo aspetto già ampiamente trattato in altre pagine del sito (vedi ad esempio: Praticare la consapevolezza (mindfulness) per un benessere globale).
Avvenimenti dalla forte connotazione emotiva, quale essa sia, restano più facilmente impressi nella memoria. In questi casi, infatti, specifiche aree cerebrali (come amigdala e ipotalamo) sono già state attivate rilasciando sostanze (come dopamina e catecolamine) che determinano più prontezza nella risposta psicofisica. Le emozioni sono reazioni interiori che danno peso e coloritura a ciò che avviene, quindi attraverso di esse riconosciamo anche cosa è importante memorizzare. Quando viviamo una certa situazione in modo distaccato, senza emozione, più facilmente ce ne dimentichiamo. Infatti, non ricordiamo tutte le volte che siamo entrati in un supermercato, in un cinema, o in una chiesa, ma probabilmente abbiamo ricordi di momenti specifici vissuti in questi luoghi che hanno suscitato in noi particolari emozioni.
Quando abbiamo necessità di memorizzare un dato è quindi utile associarlo a qualcosa che ci è caro, o comunque ben conosciuto. Ad esempio incontriamo una persona per la prima volta e ci dice che si chiama «Rossella». Per non dimenticarlo possiamo immediatamente associarla ad una persona che conosciamo con lo stesso nome. Se non conosciamo nessun omonimo, possiamo effettuare altri collegamenti visivi, in questo caso ad esempio: l’immagine di una rosa, la persona stessa vestita di rosso, ma anche una sella di una bicicletta potrebbe aiutarci…

Rielaborare i contenuti di un’informazione, sia essa rappresentata da un numero di telefono, un nome, o dettagli di altro tipo, è sempre un’operazione utile per ricordarla. Anche il solo ripetere a voce alta è già una rielaborazione, perché questa azione richiede un passaggio di modalità sensoriale (ad esempio dall’immagine alla verbalizzazione) e quindi un lavoro cerebrale che necessita e determina collegamenti tra diverse aree.
Esistono anche tecniche specifiche di memorizzazione, ma esulano dagli scopi di questo articolo.

Insomma, la pillola della memoria?

La risposta quindi, in genere, non è da ricercarsi in un rimedio farmacologico. Sicuramente è fondamentale osservare uno stile di vita che rispetti le necessità del nostro organismo:

  1. corretta alimentazione
  2. sufficiente attività fisica
  3. adeguato riposo

I nemici della memoria

Il fumo e l’eccesso di alcol possono portare a danni irreversibili, non solo sull’attività cerebrale, ma anche sull’apparato cardiovascolare, che si occupa di fornire i nutrienti vitali a tutto il corpo, nonché ad altri organi. Una assunzione eccessiva di caffeina, teina, o bevande a base di cola o guaranà, può compromettere alcune attività del nostro sistema nervoso.

Tenere sotto controllo parametri fisici come la pressione arteriosa, la colesterolemia e il peso corporeo, significa contribuire al benessere generale del nostro corpo e della nostra mente.
Una dieta sbilanciata o favorente l’infiammazione è nemica del cervello, così come lo sono la carenza di sonno e l’eccessiva sedentarietà.

Anche un utilizzo eccessivo di sistemi elettronici (computer, smartphone, tv, ecc.) può far perdere l’allenamento nella memorizzazione, nel calcolo a mente, e determinare una iperattivazione irritativa del sistema nervoso centrale.

Dieta, integratori e altro

Nota bene: ciò che viene descritto in seguito ha il solo scopo informativo, non è da considerarsi un consiglio medico.

In alcuni casi una integrazione dietetica può essere d’aiuto, ma non deve essere considerata sostitutiva di un buon regime alimentare. La vitamina E, ad esempio, è essenziale per le membrane neuronali ed ha un effetto antiossidante, la vitamina B12 e i folati sono essenziali per una normale attività del sistema nervoso.

Alimenti che possono favorire la memoria (e non solo) ad esempio sono:

  • Colina: sostanza fondamentale di membrane cellulari e neurotrasmettitori ed ha attività antiossidante. E’ contenuta ad esempio in semi di soia, uova (tuorlo), fegato, rene, cavolfiori, arachidi, pollo.
  • Mirtilli: contengono pro-antocianidine (antiossidanti) e altre sostanze protettive nei confronti di cervello e vasi sanguigni, favoriscono il metabolismo lipidico e glicemico. NB: hanno attività antiaggregante piastrinica, di per sé favorevole nella prevenzione degli eventi cardiovascolari, ma aumenta il rischio di sanguinamento se in terapia con farmaci antiaggreganti piastrinici o anticoagulanti.
  • Curcuma: numerose attività benefiche per l’organismo, azione antiossidante e antinfiammatoria. Evitare in caso di calcoli biliari.

Farmaci omotossicologici o rimedi omeopatici mirati possono invece fornire substrati utili al ripristino di una migliore funzione mnemonica e cerebrale, ma vanno scelti attraverso una conoscenza sufficientemente approfondita della persona e del suo problema.

Relazioni e interiorità

Lavorare su noi stessi ricercando uno stato interiore presente, sano e attivo (vedi le considerazioni fatte sopra su stile di vita, pratica meditativa, ecc.) in ogni momento della nostra vita è senz’altro il primo e fondamentale passo. Finché viviamo concentrati solo sui nostri doveri, problemi, paure, o impegni, non riusciamo ad essere veramente presenti nel qui ed ora.

È importante prendere in considerazione il modo che abbiamo di affrontare le relazioni, la nostra interiorità, e il carico quotidiano di impegni. Imparare ad ascoltarsi è fondamentale, in questo la pratica meditativa e l’attività bioenergetica corporea si inseriscono perfettamente, permettendo di raggiungere uno stato di miglior consapevolezza di Sé, associata a quiete interiore, rilassamento fisico e migliore riposta allo stress. Migliorano inoltre l’attenzione e la concentrazione, riducono l’ansia e la depressione.

Sentire e vivere il corpo fa parte di questa consapevolezza. Questa potrebbe farci rendere conto che stiamo chiedendo troppo a noi stessi e che quindi non ci stiamo prendendo cura di noi con sufficiente amorevolezza.

Bibliografia

  1. J. L. Luby et al., Preschool is a sensitive period for the influence of maternal support on the trajectory of hippocampal development, PNAS 2016 ; published ahead of print April 25, 2016, doi:10.1073/pnas.1601443113
  2. F. Bottaccioli, Psiconeuroendocrinoimmunologia, Red Edizioni, 2005, p. 438-439