Quando la memoria fa cilecca

Molte persone lamentano disturbi della memoria che interferiscono in modo più o meno importante nella loro vita quotidiana. Dimenticanze di vario tipo, come perdere un’appuntamento o non ricordare dove è stato lasciato qualcosa, mettono in luce un lieve disturbo della memoria, che può avere caratteristiche del tutto transitorie.

C’è da dire che può capitare a tutti, di tanto in tanto, di dimenticare qualcosa, soprattutto quando siamo stanchi o troppo presi da qualche attività, per cui non è assolutamente preoccupante se avviene sporadicamente e non influenza più di tanto la vita quotidiana.
Di solito non si tratta dimenticanze molto gravi e nemmeno troppo frequenti, per cui ci si rassegna e non si chiede nemmeno aiuto. Infatti spesso questa domanda è secondaria, cioè la persona si è rivolta a me per altri motivi. Questo evidenzia anche una scarsa fiducia nella possibilità di migliorare le proprie capacità mnemoniche.
Tipicamente chi soffre di «dimenticanze» ha la sensazione di avere la testa piena di problemi, cose da fare, impegni, pensieri. In altri casi la persona vive poco in contatto con ciò che la circonda, sembra che abbia la testa fra le nuvole, e magari non ha nemmeno tanti impegni da seguire. Quello che può accomunare questi due apparenti estremi è la scarsa concentrazione.

Quando preoccuparsi seriamente

In alcuni casi i disturbi sono pesanti e mettono in grave difficoltà la persona e chi le sta vicino, situazioni che richiedono sempre un’attenta valutazione specialistica.
Attenzione particolare va dedicata anche alle forme che insorgono acutamente o si aggravano in tempi piuttosto rapidi. Talvolta sono i parenti a riferire questo disturbo, mentre l’interessato sottostima (o addirittura nega) il problema, risultandone del tutto inconsapevole. È importante tener conto seriamente di disturbi della memoria legati ad altre alterazioni della salute psicofisica della persona.
È inoltre essenziale distinguere almeno tra memoria a breve termine, ovvero quella che riguarda l’immagazzinamento temporaneo di informazioni, e memoria a lungo termine, quella che ci consente di ricordare fatti, persone, luoghi, e molto altro dal nostro vissuto passato. In genere il disturbo più frequente riguarda la memoria a breve termine, ad esempio non memorizziamo un nome o un numero enunciato poco prima, magari dimentichiamo dove abbiamo messo le chiavi, o dove abbiamo parcheggiato la macchina.

Un disturbo ben più grave è senz’altro quello legato alla perdita di memoria riguardante ricordi ben fissati precedentemente (memoria episodica), oppure in alterazioni della capacità di dare un nome alle cose o riconoscere persone e luoghi (memoria semantica), oppure ancora perdita della capacità di eseguire compiti precedentemente ben conosciuti (memoria procedurale).

Il «centro» della memoria

La memoria non ha un vero e proprio luogo nel cervello, è sempre più chiaro che quest’ultimo lavora in maniera unitaria e probabilmente olografica, ovvero una certa informazione è contenuta allo stesso momento in più aree (non solo cerebrali, ma anche corporee), ma con diversi livelli di dettaglio. Un ricordo, quindi, è dato da uno «stato» del sistema nervoso, e non è localizzato in un punto preciso al suo interno. Il cervello ha, comunque, nelle sue varie regioni anche funzioni specifiche, ma queste interagiscono sempre ampiamente tra loro.
L’ippocampo è una regione cerebrale centrale per la funzionalità della memoria, ha inoltre un ruolo fondamentale nell’equilibrio emotivo (fa parte del sistema limbico) e nella risposta agli stimoli stressogeni cui siamo sottoposti continuamente. Il suo sviluppo è determinato in buona parte dalle cure genitoriali, ovvero dal modo in cui i genitori si relazionano col bambino. Cure materne più amorevoli e supportive nel periodo di vita prescolare del bambino portano ad uno sviluppo superiore di quest’area, contribuendo quindi anche ad un miglior equilibrio emotivo [1]. Situazioni di stress cronico, in seguito all’aumento del cortisolo (detto anche «ormone dello stress») che blocca la capacità dei suoi neuroni di assumere glucosio, invece portano ad una riduzione della funzionalità e del volume dell’ippocampo anche nell’adulto.
L’ippocampo è proprio inserito nel circuito di regolazione del cortisolo: in una situazione di stress cronico riduce la sua capacità di regolarlo, portando a risposte meno efficaci dell’organismo (il cortisolo resta elevato per più tempo) [2]. Tutto questo è alla base di problemi di memoria che lamentano tante persone, giovani e adulte.
Bisogna ricordare che lo stress cronico porta anche ad alterazioni del sistema immunitario, a depressione, a situazioni di infiammazione e ad una rigenerazione cellulare ridotta. Tutti questi aspetti, insieme, conducono ad una salute precaria, predisponendo a malattie acute e croniche.

Cervelli in forma

Parlando dell’ippocampo abbiamo messo in luce collegamenti tra memoria, vita sociale, emozioni e stress.
Il nostro cervello ha bisogno di continui stimoli per mantenersi in forma, quindi anche una vita povera di relazioni sociali, attività e impegni, può portare ad una progressiva riduzione dell’attività cognitiva, come può accadere nelle persone anziane, emarginate, o portatrici di malattie debilitanti.
È facile rendersi conto di come alcune informazioni restino impresse nella nostra mente in maniera indelebile, mentre altre tendano a scivolare immediatamente senza essere nemmeno trattenute per pochi istanti. Da cosa dipende tutto questo? Importanza fondamentale è data dallo stato mentale in cui ci troviamo in quel momento e dalla valenza emotiva dell’informazione stessa.
Uno «stato di presenza» consapevole (mindfulness) favorisce l’attenzione e la memorizzazione. Non mi dilungherò su questo aspetto già ampiamente trattato in altre pagine del sito (vedi ad esempio: Praticare la consapevolezza (mindfulness) per un benessere globale).
Avvenimenti dalla forte connotazione emotiva, quale essa sia, restano più facilmente impressi nella memoria. In questi casi, infatti, specifiche aree cerebrali (come amigdala e ipotalamo) sono già state attivate rilasciando sostanze (come dopamina e catecolamine) che determinano più prontezza nella risposta psicofisica. Le emozioni sono reazioni interiori che danno peso e coloritura a ciò che avviene, quindi attraverso di esse riconosciamo anche cosa è importante memorizzare. Quando viviamo una certa situazione in modo distaccato, senza emozione, più facilmente ce ne dimentichiamo. Infatti, non ricordiamo tutte le volte che siamo entrati in un supermercato, in un cinema, o in una chiesa, ma probabilmente abbiamo ricordi di momenti specifici vissuti in questi luoghi che hanno suscitato in noi particolari emozioni.
Quando abbiamo necessità di memorizzare un dato è quindi utile associarlo a qualcosa che ci è caro, o comunque ben conosciuto. Ad esempio incontriamo una persona per la prima volta e ci dice che si chiama «Rossella». Per non dimenticarlo possiamo immediatamente associarla ad una persona che conosciamo con lo stesso nome. Se non conosciamo nessun omonimo, possiamo effettuare altri collegamenti visivi, in questo caso ad esempio: l’immagine di una rosa, la persona stessa vestita di rosso, ma anche una sella di una bicicletta potrebbe aiutarci…

Rielaborare i contenuti di un’informazione, sia essa rappresentata da un numero di telefono, un nome, o dettagli di altro tipo, è sempre un’operazione utile per ricordarla. Anche il solo ripetere a voce alta è già una rielaborazione, perché questa azione richiede un passaggio di modalità sensoriale (ad esempio dall’immagine alla verbalizzazione) e quindi un lavoro cerebrale che necessita e determina collegamenti tra diverse aree.
Esistono anche tecniche specifiche di memorizzazione, ma esulano dagli scopi di questo articolo.

Insomma, la pillola della memoria?

La risposta quindi, in genere, non è da ricercarsi in un rimedio farmacologico. Sicuramente è fondamentale osservare uno stile di vita che rispetti le necessità del nostro organismo:

  1. corretta alimentazione
  2. sufficiente attività fisica
  3. adeguato riposo

I nemici della memoria

Il fumo e l’eccesso di alcol possono portare a danni irreversibili, non solo sull’attività cerebrale, ma anche sull’apparato cardiovascolare, che si occupa di fornire i nutrienti vitali a tutto il corpo, nonché ad altri organi. Una assunzione eccessiva di caffeina, teina, o bevande a base di cola o guaranà, può compromettere alcune attività del nostro sistema nervoso.

Tenere sotto controllo parametri fisici come la pressione arteriosa, la colesterolemia e il peso corporeo, significa contribuire al benessere generale del nostro corpo e della nostra mente.
Una dieta sbilanciata o favorente l’infiammazione è nemica del cervello, così come lo sono la carenza di sonno e l’eccessiva sedentarietà.

Anche un utilizzo eccessivo di sistemi elettronici (computer, smartphone, tv, ecc.) può far perdere l’allenamento nella memorizzazione, nel calcolo a mente, e determinare una iperattivazione irritativa del sistema nervoso centrale.

Dieta, integratori e altro

Nota bene: ciò che viene descritto in seguito ha il solo scopo informativo, non è da considerarsi un consiglio medico.

In alcuni casi una integrazione dietetica può essere d’aiuto, ma non deve essere considerata sostitutiva di un buon regime alimentare. La vitamina E, ad esempio, è essenziale per le membrane neuronali ed ha un effetto antiossidante, la vitamina B12 e i folati sono essenziali per una normale attività del sistema nervoso.

Alimenti che possono favorire la memoria (e non solo) ad esempio sono:

  • Colina: sostanza fondamentale di membrane cellulari e neurotrasmettitori ed ha attività antiossidante. E’ contenuta ad esempio in semi di soia, uova (tuorlo), fegato, rene, cavolfiori, arachidi, pollo.
  • Mirtilli: contengono pro-antocianidine (antiossidanti) e altre sostanze protettive nei confronti di cervello e vasi sanguigni, favoriscono il metabolismo lipidico e glicemico. NB: hanno attività antiaggregante piastrinica, di per sé favorevole nella prevenzione degli eventi cardiovascolari, ma aumenta il rischio di sanguinamento se in terapia con farmaci antiaggreganti piastrinici o anticoagulanti.
  • Curcuma: numerose attività benefiche per l’organismo, azione antiossidante e antinfiammatoria. Evitare in caso di calcoli biliari.

Farmaci omotossicologici o rimedi omeopatici mirati possono invece fornire substrati utili al ripristino di una migliore funzione mnemonica e cerebrale, ma vanno scelti attraverso una conoscenza sufficientemente approfondita della persona e del suo problema.

Relazioni e interiorità

Lavorare su noi stessi ricercando uno stato interiore presente, sano e attivo (vedi le considerazioni fatte sopra su stile di vita, pratica meditativa, ecc.) in ogni momento della nostra vita è senz’altro il primo e fondamentale passo. Finché viviamo concentrati solo sui nostri doveri, problemi, paure, o impegni, non riusciamo ad essere veramente presenti nel qui ed ora.

È importante prendere in considerazione il modo che abbiamo di affrontare le relazioni, la nostra interiorità, e il carico quotidiano di impegni. Imparare ad ascoltarsi è fondamentale, in questo la pratica meditativa e l’attività bioenergetica corporea si inseriscono perfettamente, permettendo di raggiungere uno stato di miglior consapevolezza di Sé, associata a quiete interiore, rilassamento fisico e migliore riposta allo stress. Migliorano inoltre l’attenzione e la concentrazione, riducono l’ansia e la depressione.

Sentire e vivere il corpo fa parte di questa consapevolezza. Questa potrebbe farci rendere conto che stiamo chiedendo troppo a noi stessi e che quindi non ci stiamo prendendo cura di noi con sufficiente amorevolezza.

Bibliografia

  1. J. L. Luby et al., Preschool is a sensitive period for the influence of maternal support on the trajectory of hippocampal development, PNAS 2016 ; published ahead of print April 25, 2016, doi:10.1073/pnas.1601443113
  2. F. Bottaccioli, Psiconeuroendocrinoimmunologia, Red Edizioni, 2005, p. 438-439