Musica, jazz ed emozioni

La musica è uno splendido canale espressivo e terapeutico, per questo propongo alcune riflessioni in questo sito, che vuole essere luogo e strumento di ricerca dell’essere e del vero. Nel video potete ascoltare un noto brano suonato dalla mia jazz band.

Una delle mie passioni è sempre stata la musica. Questo splendido canale artistico ha enormi potenzialità espressive, comunicative, e quindi anche terapeutiche. La musica ha la impressionante capacità di riempire lo spazio, di portarci in luoghi interiori lontani e diversi. Il jazz in particolare è lo stile che mi ha dato di più, in termini di emozioni e di possibilità di esprimermi. Tratterò in particolare di questo stile musicale, ma si tratta di una scusa per parlare di espressione musicale, visto che molti aspetti sono comuni ad altri generi musicali.

La musica jazz esprime emozioni intense, con suoni molto variegati, alternando forti tensioni a (spesso parziali) risoluzioni, mantenendo un senso di aspettativa in ciò che avverrà successivamente. Si tratta di un genere musicale dai confini labili, che lascia spazio alle idee e all’espressione del musicista, senza pretendere che questi segua precisi schemi o strutture. Il jazz è così ampio da non poterne dare una definizione, ciò che amo di questa musica è il senso di libertà che provo nel suonarla. Se suoni jazz “puoi fare ciò che vuoi”, o meglio direi “puoi fare ciò che senti”. Le regole sono poche e chiare: ascolta, esprimiti, segui lo stile, stai nella struttura. Come ho già detto si tratta di elementi che, in modo diverso, si possono adattare a qualsiasi stile musicale.

L’ascolto è il primo aspetto fondamentale: se suoni con qualcun altro non puoi esserne indipendente. L’ascolto deve essere reciproco e richiede capacità di interazione, di adattamento, di proporre nuove idee e di accettarne altre. Quando un musicista si esprime nel suo assolo tutti lo ascoltano e si adattano per sostenerne il discorso regolando l’intensità del suono e della ritmica, modulando il timbro e l’espressività. Quando si suona assieme ciò che conta è il risultato complessivo e non il proprio suono: il direttore darà indicazioni su come regolarsi, in sua mancanza ogni elemento ha la responsabilità di ascoltare anche l’insieme, al fine di ottenere un effetto compatto, come se l’orchestra fosse uno strumento unico, ma allo stesso tempo polifonico e politimbrico. L’ascolto è fondamentale per tenere il “groove”: non si tratta solo di tenere il tempo, ma di allinearsi più sottilmente su quelle sequenze ritmiche di accenti e di spostamenti sul tempo (più spesso sullo “swing”) che determinano una sorta di onda che viene cavalcata da ogni singola nota suonata, determinando un senso di trasporto nell’ascoltatore, nonché nei musicisti stessi. Una particolarità del jazz è l’improvvisazione: è nato proprio così, quando gli schiavi neri afroamericani improvvisavano cantando dei canti per consolarsi dalla loro condizione. Chi si univa al canto, ovviamente, doveva prima ascoltare colei o colui che l’aveva intonato. Solo comprendendo il senso di ciò che è stato proposto ci si può aggregare e dare il proprio contributo.

Un altra caratteristica del jazz è quella di dare libera espressione al musicista. Questa espressività in realtà può avere diversi gradi di libertà, ma non è mai annullata. Se suoni jazz, però, senti nell’aria la voglia di libertà e di dire la tua, e quando ti è concesso dal gruppo, in accordo con ciò che esprimono gli altri, è semplicemente ciò che devi fare. La libertà va espressa all’interno di una struttura ritmica e armonica, nel rispetto delle altrui melodie.

Tutto ciò non assomiglia forse a ciò che viviamo ogni giorno nelle relazioni con le altre persone? Spesso ciò che non abbiamo potuto esprimere nella vita possiamo recuperarlo con la musica, e lo facciamo a modo nostro, esprimendo anche quella parte di interiorità nascosta.